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"10 Days To War" di Bruce Goodison e David BeltonQuando la tv sa parlare davvero dei nostri tempidi Emanuele Rauco Di solito parliamo di serie o miniserie, di prodotti quindi che fanno della lunga distanza, dell’ampio respiro seriale il loro modo d’essere; ma stavolta facciamo un’eccezione e parliamo di un TV-movie, ovvero un lungometraggio progettato esclusivamente per il piccolo schermo. Ci concediamo questa digressione per l’importanza e il pregio della pellicola, che ha vinto il premio per il miglior film e il miglior prodotto in assoluto al Roma Fiction Fest, e che dimostra come l’Inghilterra abbia un’idea di televisione che non solo vince nettamente il confronto con qualunque network europeo, ma insidia persino il primato americano.
Il film, diretto da Bruce Goodison e David Belton e prodotto per la BBC, racconta dei 10 giorni precedenti l’entrata in guerra della Gran Bretagna e li analizza – attraverso 8 segmenti – seguendo le varie sfaccettature politiche, morali, legali e umane dell’evento bellico. I due registi riescono a spaziare tra i generi, dal thriller al dramma, dal dibattito politico alla tragedia umana e razziale, restando sempre in grado di gestire la tensione e la suspense, ma soprattutto di sviluppare un discorso filmico e non solo, che sembra una versione “popolare” e britannica di Syriana. Al centro del TV-movie la guerra in Iraq, il dietro le quinte della politica britannica e, per traslazione, americana secondo una prassi comune a molta tv contemporanea (basti pensare alle serie firmate da Aaron Sorkin), mettendo in primo piano fatti, date, ricostruzioni provate e testimonianze e dandogli forma compiutamente creativa, prendendo la realtà e le sue manipolazioni e manipolandole a sua volta, ma per un fine nobile, come quello della divulgazione di un pensiero e di un’idea civile, unendo il coinvolgimento e la tensione del racconto, avvicinandosi al genere, con la “missione” della tv pubblica. In un certo senso è una versione meno teorica e complessa di Redacted di Brian De Palma, in cui per obblighi di committenza e tipologia di pubblico, si raccontano 8 storie separate (mini episodi di 15’ ciascuno) in cui il lavoro sulle fonti e sul discorso è tanto fine quanto intelligibile, e la complessità dello script fa sì che i vari strati si amalgamino in un flusso ideologico costante, capace di usare lo spettatore come mezzo di riflessione. Soprattutto, quello di Goodison e Belton è un disperato affresco sullo stato delle cose nel nostro mondo, analizzando certo il fronte di guerra (come nell’ultimo emblematico episodio), ma soprattutto quello interno, riflettendo sul perché, sul come, e soprattutto sulle conseguenze di una guerra che potrebbe aver cambiato definitivamente il modo occidentale di rapportarsi con l’altro da sé (come nell’episodio dedicato alle faide interne alla comunità islamica). Per raccontare l’enormità di un evento storico di cui ricostruire soprattutto il futuro, oltre che il passato, i due registi cercano soprattutto la tensione, la suspense, il racconto avvincente e il ritmo serrato, l’impatto emotivo tipico dei thriller che però non diventa fine, ma mezzo (lecito perché scoperto) con cui parlare alla gente e aprire sguardi su realtà che ci appaiono da subito scomode, da rimuovere: tanto sistematico nella scelta e composizione dei temi da apparire programmatico, lo script è effettivamente un discorso, un teorema quasi, in cui tesi e antitesi si fronteggiano al ritmo di racconti esemplari e di personaggi complessi come complessa è la realtà che rispecchiano, e che la regia non ha paura di riprendere incerti, tesi, desolati dal mondo in cui vivono. Tv che non ha paura di dire, di esprimere e pensare, che lavora sulla realtà in modo diretto o mediato a seconda dell’impatto (come nel vero dibattito in cui un gruppo di donne ridusse Tony Blair sulla questione della guerra), e che si fa vanto di un grande cast (da Kenneth Branagh a Stephen Rea a numerosi caratteristi) usati come tessere di un puzzle e strumenti di un’operazione. Esattamente come i governi occidentali hanno trattato soldati e civili nel corso degli anni che hanno succeduto l’11 settembre.
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