“120 battiti al minuto” di Robin Campillo

Battiti e percussioni

Robin Campillo torna a far parlare di sé in modo significativo dopo il buon Eastern boys (che tuttavia in Italia non venne mai nemmeno proiettato in sala). Conosciuto ai più per essere l’ideatore della matrice che poi porterà alla coppia di serie tv Les Revenants e The leftovers – originale e remake, di un certo successo quanto di scarsa rilevanza – ora presenta in concorso a Cannes 2017 120 battiti al minuto.

In qualche misura considerabile come un’autobiografia parziale: Campillo fu un attivista della filiale francese di Act up, quel movimento nato negli USA ma attivo un po’ dappertutto nella sensibilizzazione della diffusione dell’AIDS all’inizio degli anni ’90. Act up è anche il protagonista effettivo dell’opera, in tutta la sua pluralità anche confusionaria, nella sua ingenua democrazia diretta, simile a quella di un CLN. Il nostro non si fa sfuggire nulla delle dinamiche di questo gruppo di attivisti, ne mette sullo schermo la natura intrinseca, quella che si delinea a passo a passo nell’indistinta polifonia delle quasi due ore e mezzo.

La struttura di 120 battiti al minuto però rimane quanto più classica possibile. Al centro di tutto v’è sempre una coppia, due ragazzi le cui personalità si ribaltano nel consueto gioco di contrasti e di facciate. La love story però rimane sottotono, cosicché il regista possa utilizzarla come una sorta di spina dorsale, assieme agli aspetti più meramente descrittivi dell’associazione che fungono da legante, per portare sullo schermo un film che fa del vitalismo e della sua ricerca il proprio nucleo tematico. Campillo ci racconta i moti di rabbia, d’insoddisfazione che la sua generazione ha vissuto più di vent’anni fa e come ha instaurato rapporti conflittuali, con la chiesa in primis, la cui politica sugli anticoncezionali non ha mai contemplato deroghe, e subito dopo con le istituzioni, incapaci di proporre una soluzione strutturale in ambito sia informativo che medico.In fondo 120 battiti al minuto è un’opera con valore sociale, fa “informazione” mentre traspone un turning point storico della generazione X con sensibilità, il tutto senza abbandonare una vocazione vitale, fatta di beat (nella colonna sonora, nel montaggio con il plessimetro ma senza sbavature) che imperniata sulla progressività, su un certo senso di ottimismo generale e di amore per la vita, appunto, che si fa amore per la sessualità, per la politica, per l’attivismo. In questo senso, magari anche senza scartare di lato rispetto allo scontro frontale con una certa modalità kitsch di pensiero e di realizzazione, riprende quell’eco sessantottino dell’identità tra eros e politica.

Ecco, a qualche genuina ingenuità Campillo si abbandona più di volta, in parte tradendo una moderazione, nel cercare a tutti i costi un film d’impatto, di ampia accessibilità, in parte volendo mettere su pellicola quanto di più sincero sente, a costo di risultare melodrammatico. Qualche simbolismo infatti gioca con il pacchiano (la Senna scarlatta è francamente grossolana, va bene giusto per i pareri sommari e sbrigativi delle parentesi culturale dei media di grosso calibro) e se il montaggio è sobriamente elegante la regia di Campillo cerca di andare oltre le sue possibilità, a tratti dimenticandosi che spesso le scelte più semplici sono anche le più efficaci.

In conclusione, 120 battiti al minuto è un gran film, non il capolavoro che nei prossimi giorni andrà di moda declamare tale – con la spinta addizionale non indifferente di un Grand Prix e della rappresentanza francese agli Oscar, ma comunque un gran film, martellante nella sua solidità pur con qualche sbavatura ma pur sempre intriso di passione, che alla fine con questo genere di cinema conta sempre un po’ di più.