“21st Century Breakdown” dei Green Day

Un processo di maturazione che diventa modo d’intendere la musica

Nella recente recensione dell’album degli Offspring, si parlava di come la maturazione e l’evoluzione di una band non significhino necessariamente miglioramento della musica o maggior consapevolezza nella composizione delle canzoni, a volta può significare imborghesimento e approssimazione. Nel caso dei Green Day però evoluzione assume esattamente il suo significato: quello di passo avanti verso un miglioramento.

Pratica che era già stata evidenziata dal clamoroso successo di American Idiot (22 milioni di copie vendute nel mondo), album che ispessiva il rock e la loro vena punk e la innalzava alle vette della rock-opera; genere affine al concept-album (cioè una storia o un’idea che legano tutte le canzoni) che il trio di Burbank affronta nel loro ottavo album in studio, in cui il collasso del 21° secolo segna invece il rafforzamento del gruppo verso il massimo splendore.

L’album è diviso in tre atti, Heroes and Cons, Charlatans and Saints e Horseshoes and Handgrenades, e racconta delle difficoltà di Christian e Gloria attraverso le trappole della contemporaneità, attraverso le sconfitte personali e morali sullo sfondo di una nazione che ha tradito i sogni e le aspettative del popolo: non solo la politica e la guerra, in scia all’album precedente, ma soprattutto la dimensione esistenziale di due ragazzi distrutti da un rapporto col mondo fatto di delusioni e promesse mai mantenute. Una sorta di cammino cristologico, come in American Idiot, ma stavolta meno allegorico e più concreto, una sorta di vagabondaggio dentro due vite borderline che rispecchiano i sentimenti di un mondo.

Il tutto attraversando tutte le influenze della loro musiche, contestualizzate al massimo da un songwriting di rara forza e intelligenza: dopo un intro melodica appare la titletrack, uno dei brani migliori della storia del gruppo, una minisuite epica, potente e appassionante in cui si spazia dagli Who ai Queen fino al pathos di Bruce Springsteen – esplicitamente citato nel brano e in alcune interviste – generando una triade che farà da filo conduttore all’intero album e che si allarga con la successiva, e primo singolo, Know Your Enemy ai Clash. Ogni suggestione però è digerita e riproposta – fortunatamente – con il marchio di fabbrica della band, con il loro tipico spirito ironico e sinceramente melodico: come dimostrano Viva la Gloria!, introdotta da und delicato pianoforte, e la possente Bifore the Lobotomy, dai convincenti passaggi armonici. Il punk e le varie età del rock si rincorrono in un disco intenso e coinvolgente che conosce pochi passaggi a vuoto (come il secondo singolo 21 Guns, troppo simile a Boulevard of Broken Drerams) e molti brani in cui fondere l’impatto musicale puro con testi acuti (Last of the American Girls o la tiratissima Static Age).

E il vero fulcro della crescita e del raggiungimento per il complesso dello status di “grande rock band” sta proprio nell’uso disinvolto, curato, originale di strumenti e figure musicale: aiutati in questo dalla grandissima produzione di Butch Vig (per intenderci, uno che ha prodotto Nevermind dei Nirvana e Siamese Dream degli Smashing Pumpkins), il gruppo capitanato da Billy Joe Armstrong passa dalla classica composizione chitarra-batteria-basso, in cui si notano i grandi miglioramenti di Mike Dirnt, ad arrangiamenti più ricchi, con tastiere, piano, arpeggi e sezioni di archi che raramente appesantiscono i brani, ma spesso li rendono più vari ed efficaci, capaci di seguire l’evolversi della narrazione musicale e di colpire l’ascoltatore.

Un disco notevole, a un tempo orecchiabile, energetico e profondo, fatto di musica, idee e grandi capacità comunicative, che lascia il segno sul nostro presente, tanto musicale quanto emotivo, vincendo nettamente il diretto confronto con la band rivale citata a inizio articolo: d’altronde, se gli Offspring prendono a esempio i Fray, e i Green Day i grandi nomi che abbiamo suggerito poc’anzi, la sfida sembra impari già in partenza.