“Maudite Poutine” di Karl Lemieux

Tanto rumore per nulla

Maudite Poutine è il primo lungometraggio di Karl Lemieux, presentato alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Orizzonti”.

 

Una giovane band musicale emergente si mette nei guai rubando della marijuana alla mafia di quartiere che ha imposto la propria supremazia grazie alla paura e a una crudeltà sproporzionata verso coloro che disubbidiscono. Il protagonista (dal nome mai rivelato) si rivolge dunque al fratello Michel che ha conoscenze nell’organizzazione criminale per risolvere la questione, però con l’unico risultato di mettere in pericolo anche quest’ultimo.

Lemieux non è alla vera e propria opera prima, bensì ha alle spalle svariati corti e un documentario. Maudite Poutine presenta uno sfasamento non da poco tra il piano narrativo e quello tecnico. La sequenza iniziale del film ci mostra una luce stroboscopica che gradualmente illumina – rendendo visibile solo a tratti e parzialmente – la band che suona.

Questo atipico inizio è accompagnato da disturbanti effetti sonori che hanno lo scopo di disorientare completamente lo spettatore catapultandolo in quel mondo in bianco e nero che è il film. Questa scelta, sebbene non supportata da ragioni narrative esplicite, offre al regista la possibilità di giocare con le profondità e i chiaroscuri, dando vita a quadri ambigui, sia per collocazione temporale (non sempre si riesce a capire se sia giorno o notte), che spaziale.

Nel complesso, dunque, l’elemento prettamente visivo affascina, esercita una discreta attrazione sullo spettatore che deve soffermarsi a osservare l’immagine per meglio comprendere il film. La regia, assieme all’impressionante gestione del sonoro, è il punto di forza dell’opera. La colonna sonora del film consiste solamente in effetti sonori ambientali e rumori di sottofondo esagerati, amplificati, deformati che contribuiscono a quello spaesamento di cui sopra. Molto spesso addirittura i personaggi vengono silenziati, ed è possibile ascoltare solo le parti iniziali dei loro dialoghi, che poi svaniscono per lasciare spazio al sonoro.

Ciò che però rovina questa interessante cornice è una parte narrativa molto incerta, soprattutto nel ritmo (squilibratissimo) e nella gestione dei tempi. Ci spostiamo rapidamente dal thriller al drammatico: i musicisti scompaiono in maniera del tutto anti-climatica per lasciare spazio a un’analisi (piuttosto sommaria) del rapporto tra il protagonista e il fratello e alla loro ricerca disperata di soldi per ripagare i criminali, che con estrema calma hanno annunciato che li uccideranno tutti se non avranno 10mila euro entro la fine della settimana.

Appunto per questo si ha la sgradevole sensazione che ogni sequenza, o per la necessità di deformarla per l’effetto tecnico, o per eccessiva importanza che le è attribuita nell’insieme del film, duri più del necessario, rendendo così lentissima un film di appena un’ora e mezza.

In conclusione, Maudite Poutine è un film la cui parte narrativa avrebbe dovuto essere puramente convenzionale, uno scheletro per reggere il discretamente raffinato discorso estetico, ma è uno scheletro che crolla sotto il suo stesso peso trascinando con sé anche l’opera nel suo complesso perché, passata la prima parte, anche l’elemento tecnico che destava così tanta curiosità inizia a perdere di mordente, trascinandosi sino a un finale anonimo.