“7 Days in Entebbe” di José Padilha

Questo film ricostruisce su base documentale un drammatico fatto di cronaca, che si svolse dal 27 giugno 1976 e durò per i sette giorni successivi. Si trattò del dirottamento verso Entebbe, in Uganda, di un Airbus dell’Air France, diretto da Atene a Parigi, con a bordo 248 passeggeri e 12 membri dell’equipaggio, e della successiva liberazione degli ostaggi israeliani (tutti gli altri ostaggi erano già stati liberati dei sequestratori) con una raffinatissima quanto rapida e massiccia azione militare.

I dirottatori appartenevano al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP); con loro anche due due tedeschi facenti parte della RAF, rivoluzionari antimperialisti, già compagni di Ulrike Meinhof, trovata morta un mese prima nella sua cella nel carcere di Stoccarda. I passeggeri israeliani avrebbero dovuto essere scambiati, altresì con cospicuo riscatto, con prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane e di altri Stati.

Su questo stesso argomento furono già girati “La lunga notte di Entebbe” di Marvin J. Chomsky (1976); “I leoni della guerra”, di Irvin Kershner (1977) e “La notte dei falchi”, di Menahem Golan (1977).

La regia del cinquantenne brasiliano José Padilha, (già direttore di film di successo e anche vincitore dell’Orso d’Oro alla Berlinale del 2008 con il film Tropa de Elite – Gli squadroni della morte) si incentra principalmente su aspetti politici e ideologici, dando ampio spazio alle discussioni da una parte e dall’altra: in campo israeliano i frenetici e laceranti dibattiti nel gabinetto del primo ministro Rabin, che strenuamente cerca una via diplomatica, con Peres che soffia sul fuoco dell’intervento militare.

Dall’altra parte i terroristi sono lacerati anch’essi, tra l’evidenza di dover condurre una loro battaglia, a volte quasi una vendetta personale, e la scelta di uccidere innocenti, alcuni di loro sopravvissuti ai campi di sterminio e ora nuovamente trattati con metodi nazisti.  L'”azione” è in secondo piano, anche se non senza risalto, sottolineata da inserti toccanti e bellissimi di una piéce del coreografo Ohad Naharin per la compagnia di danza Batsheva, la prima di Israele e una tra le più importanti al mondo. Il balletto rielabora le azioni militari, ponendosi su un piano interpretativo universale sovra nazione e sovra culturale, mostrando come l’arte parli un linguaggio universale che non ha confini, né guerre e nemmeno vincitori o vinti.

Un film di cronaca e storia, ben condotto e convincente, equidistante dalle parti belligeranti, che si conclude indicando come ancora oggi non siano state condotte quelle trattative e quel dialogo tra Israele e Palestina, così tanto invocati da Rabin, in seguito per questo assassinato, e successivamente anche da Peres.

Per la cronaca, nell’assalto a Entebbe,  dei 103 ostaggi, ne morirono tre e una donna fu successivamente uccisa in un ospedale ugandese. I sequestratori furono tutti uccisi. Le perdite militari contarono un numero imprecisato di soldati ugandesi e un morto israeliano, il comandante in campo Yonatan Netanyahu, fratello dell’attuale primo ministro Benjamin Netanyahu.