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A COLLOQUIO CON TEATRO SOTTERRANEOOmericamente parlando. Intervista a Daniele Villadi Marianna Sassano Stimati dalla critica, applauditi dal pubblico, premiati dalle giurie, programmati nei teatri di tutta Italia: dalle sale di periferia fino agli Stabili, come il Metastasio di Prato, che ha addirittura deciso di sostenerne il cammino con la produzione del loro ultimo lavoro, L’Origine delle Specie. Teatro Sotterraneo, baricentro a Firenze, è una delle realtà più stimolanti della scena teatrale contemporanea e continua, spettacolo dopo spettacolo, a ricercare coerentemente un modo per raccontare il presente. Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli, Claudio Cirri e Daniele Villa, tutti giovani, si definiscono un collettivo e come tale lavorano. Ne parliamo con Daniele Villa, dramaturg del gruppo.
Daniele, come prima cosa, partiamo dagli inizi. Teatro Sotterraneo è partito come un gruppo di amici che seguivano percorsi formativi diversi. Claudio e Matteo avevano frequentato la scuola del Laboratorio 9 della Limonaia, condotta da Barbara Nativi a Intercity. Sara e Jacopo invece avevano avuto l’opportunità, al liceo, di studiare teatro con Stefano Massini. Agli inizi era il 2005, lavoravamo in un garage (che ora è stato venduto) e in un centro sociale (che ora è stato sgomberato) e avevamo messo inscena il nostro primo lavoro, 11/10 in apnea. Lo spettacolo entrò nella Generazione Premio Scenario: da qui capimmo che potevamo intraprendere la strada della professione. Iniziammo tutti a frequentare un numero indefinibile di laboratori, da Kinkaleri a Roberto Castello, passando per Virgilio Sieni. E nacquero gli spettacoli che vi hanno fatti conoscere al pubblico italiano del contemporaneo: penso a Post-It, La Cosa 1, Dies Irae. Con loro, sono arrivati il sostegno degli operatori – penso alle residenze, soprattutto a Fies Factory One di Dro – e i riconoscimenti: il Premio Lo Straniero, il Premio Ubu Speciale. Dov’è arrivato, ora, Teatro Sotterraneo? In che fase del cammino si sente? Teatro Sotterraneo si sente di esserci, innanzitutto. Di essere riconosciuto all’interno del panorama nazionale. Identificati e indentificabili da pubblico e critica. Questo è un livello che sentiamo di aver raggiunto. Molto lavoro critico è stato fatto su noi, che ci fa capire di avere, con la nostra poetica, centrato alcuni nervi teatrali. Da questa consapevolezza ripartiamo: sia con la ricerca poetica, con lo scavo delle nostre ossessioni, ma anche a livello politico, rispetto cioè al funzionamento del Teatro in Italia. Per il resto, un collettivo eravamo, e un collettivo siamo rimasti, nonostante non tutti credessero che sarebbe stato possibile continuare a lavorare così. Ovvero? Come lavorate? In un collettivo ogni livello artistico è discusso e discutibile. Ognuno di noi cinque contribuisce alla creazione del fatto artistico portando la sua opinione, il suo contributo. Forse solo la scrittura è un ambito che rimane più prettamente mio, ma anche quella viene ridiscussa insieme. E poi, oltre al lavoro creativo e in sala, c’è tutta la parte organizzativa e amministrativa: ci siamo divisi i compiti, ognuno ha le sue scadenze. Però poi tutti rendicontiamo agli altri il lavoro svolto. Parliamo di poetica. Teatro Sotterraneo è visto, con occhi esterni, come un portatore sano di rabbia, disincanto, lucidità, intelligenza analitica. Lo sguardo interno, invece, su cosa si posa? Il tema della poetica è sempre complesso per noi. il nostro è un approccio problematico. Preferiamo abbandonare termini come “messaggio” e “comunicazione”: semplicemente, ci poniamo dei problemi e lo facciamo in forma pubblica. Per di più, tra di noi non c’è una linea “di partito” rispetto alla soluzione del problema che presentiamo. Il cantare il nostro tempo è il nostro obiettivo: un tempo fatto di cronache e immaginari collettivi. Questo punto di vista ricade nel linguaggio che usiamo: un linguaggio che rinuncia alle storie, è quasi intrattenimento, cerca il ritmo e la risata, come avviene nei mass media. Un linguaggio che sta al passo con il nostro tempo, in una dimensione quasi omerica. Ed è proprio il linguaggio che caratterizza maggiormente il vostro lavoro: perché, in fin dei conti, cantare il proprio tempo è il tema comune di qualsiasi gruppo che si approcci alla contemporaneità. È il modo di rapportarsi al presente che qualifica il tuo canto. È una questione di poetica e di etica. Noi lo facciamo con disincanto e cinismo, anche sporcandoci le mani con meccanismi massmediatici. Non presentiamo punti di vista a cui aderire o da cui dissentire, ma usiamo un linguaggio che definirei “avant pop”, che si muove continuamente tra l’alto e il basso. Su un orizzonte labile che in realtà apre la porta all’interpretabilità: la quale deve essere necessariamente un’operazione di cittadinanza da parte del pubblico. E non temete che, limitandovi a porre le questioni senza produrre una risposta, possiate entrare nella sfera del qualunquismo? Questo è un problema che in realtà ci poniamo spesso. Diciamo che ogni problema ha un parte interrogativa e una affermativa: noi scegliamo di vedere e presentare quella interrogativa. Se la parte affermativa è fatta di messaggi e ideologie, allora questo esce dal nostro modo di intendere il lavoro. Preferiamo porre il problema: anche perchè, nel farlo, diamo comunque degli strumenti di analisi e, inevitabilmente, un punto di vista. Li chiamerei “strumenti di sguardo”, non suggerimenti o consigli. Torniamo un attimo indietro, alla vostra consapevolezza politica del fare teatro in un momento storico come questo, in Italia. Un gruppo come il nostro prima di tutto deve fare, poi deve vedersi riconosciuto dal sistema per il suo fare, e solo a questo punto può interrogarsi sul sistema. Noi ci muoviamo per isole: abbiamo contatti con moltissimi operatori, critici, teatri, eppure sentiamo che un sistema vero e proprio manca. Per quanto possiamo, cerchiamo di fare pensiero su questa mancanza di sistema: già nel 2007, dal nostro sito, abbiamo voluto istituire una web magazine che fosse in grado di monitorare e coinvolgere le realtà emergenti del contemporaneo. Oggi continuiamo ad essere sempre presenti laddove ci sono iniziative e incontri che mirino alla costruzione di una consapevolezza comune, e aderiamo ai progetti che sentiamo più vicini al nostro modo di intendere il teatro. Quest’anno abbiamo anche sposato una certa idea di Stabile: quello del Metastasio, diretto da Federico Tiezzi, che lancia una proposta forte di contemporaneità, e che ha prodotto il nostro ultimo lavoro, L’origine delle specie _ da Charles Darwin. La nostra via politica di fare teatro è sostanzialmente lavorare per fare sistema. Laddove qualcuno lo propone, Teatro Sotterraneo mette la sua firma.
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