“A Torinói ló (The Turin Horse)” di Béla Tarr

Nietsche e il cavallo

Torino 28. Concorso

“A Torino il 3 gennaio 1889 Friedrich Nietsche esce dalla sua casa al numero sei di via Carlo Alberto. Non lontano da lui un cocchiere è alle prese con il suo cavallo recalcitrante. Nonostante le sue esortazioni il cavallo si rifiuta di muoversi, al che il cocchiere perde la pazienza e lo colpisce con la frusta. Nietsche arriva e mete fine alla brutale scena, gettando le braccia al collo del cavallo, singhiozzando. Il padrone di casa lo riportò nell’abitazione e lui rimase due giorni immobile sdraiato sul divano, finché disse le ultime parole famose e visse ancora dieci anni nel silenzio e nella pazzia, curato dalla madre e dalla sorella. Non sappiamo cosa fu del cavallo.”

Una voce fuori campo introduce brevemente il film raccontando questo noto episodio accaduto a Torino e dal quale iniziò la pazzia del filosofo tedesco. Immediatamente dopo si apre la prima scena, in bianco e nero come tutto il resto del film. Raffigura, come una litografia dell’Ottocento, un carro trainato da un cavallo che avanza per una campagna desolata e battuta dal vento. Un uomo guida il carro fino alla sua casa isolata, di pietra e legno, dove lo attende la figlia, che lo sveste con gesti sicuri, poiché l’uomo ha il braccio destro paralizzato.
Gesti che si ripetono sempre uguali nella misera casa, dove i due faticano come bestie e mangiano con le mani una patata bollita condita di sale, dove ogni gesto è un rito più che un’abitudine, anche ricoverare nella stalla quel cavallo che, come quello di Torino, non vuole più muoversi.

Le due ore e mezza del film sono scandite dal trascorrere di sei giorni. I primi tre sempre uguali, il quarto funestato dalla visita dei un gruppo di gitani, che si servono dell’acqua e lanciano le loro maledizioni, e poi il quinto, in cui la figlia scopre che il pozzo è asciutto, il fuoco non resta acceso, il cavallo no mangia e non beve più. Nel sesto giorno il padre decide di abbandonare la casa, carica le poche cose su un carro e lo trascina a mano con la figlia. Ma ben presto tornano. Per morire nella loro casa, cercando ancora di mangiare patate ma questa volta crude, velenose.
Un film che racconta la fine del modo, una fine che colpisce tutti, anche gli innocenti, i poveri e le bestie. Anzi, un non –film, perché si tratta di fotografie potenti, meravigliose e tremende, una accanto all’altra, quasi uguali l’una all’altra, praticamente senza movimento e di fatto mute, o accompagnate solo da pochissime parole.
Oppure un film noioso se non si è disposti ad affrontare l’arroganza di un regista che impone i suoi tempi, fuori degli schemi commerciali, tempi che obbligano a riflettere.

Cosa c’entrano il cavallo di Nietsche e Torino? “C’entrano, perché fanno parte del film come il cavallo del carro e tutto il resto” taglia corto Bela Tarr, regista ungherese 55enne, noto per la lunghezza dei suoi film. Qualcuno obbietta che non sia facile distribuire questa pellicola, ma il produttore è ottimista. “ Spero di poterlo mostrare presto in tutto il mondo”. Auguri!

Un film di Béla Tarr, Ágnes Hranitzky.
Con Volker Spengler, Erika Bok, János Derzsi, Mihály Kormos
Titolo originale A Torinói ló.
Drammatico, durata 150 min. – Ungheria, Francia, Germania, Svizzera 2011.