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A proposito della 52. Biennale di Veneziadi Saverio Simi De Burgis All’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti recentemente Giuseppe De Rita, presidente del Censis, ricordando le figure di Giuseppe Volpi e Vittorio Cini, ha evidenziato la necessità per Venezia di riscoprire le sue antiche vocazioni quando, per esempio nel settore dell’arte, riusciva a esportare le opere dei suoi artisti nel mondo. Venezia con la sua Biennale, potrebbe ancora esprimere tale primario ruolo produttivo di fucina nell’arte contemporanea.
Sicuramente la città è sempre più coinvolta dal fenomeno Biennale. Ma è comunque vero che in laguna business are business. Molti “nuovi” palazzi aprono i battenti per accogliere mostre collaterali per lo più interessanti, palazzo Pisani con l’intrigante tradizione nomade dei Ron, palazzo van Axel che accoglie il padiglione messicano, palazzo Papafava che grazie all’intraprendenza della gallerista Michela Rizzo espone le opere del gettonatissimo Damien Hirst con la sua proposta tra il macabro, il blasfemo e l’ironico pornografico. E poi ci sono le mostre prodotte dai musei civici veneziani, in particolare ricordiamo l’antologica del Correr dedicata a Cucchi, molto belle le opere degli anni ’80 e ’90, con minor forza quelle più recenti a documentare una certa quasi riduzione del quoziente di creatività dell’artista marchigiano negli ultimi anni; quindi l’esposizione ostentata come fiore all’occhiello da Giandomenico Romanelli allestita nei suggestivi spazi del museo Fortuny, Artempo, Where Time becomes art, in collaborazione con l’eclettica collezione dell’antiquario Axel Vervoordt e cocurata assieme Mattijs Visser e Jean- Hubert Martin, critico quest’ultimo che da anni si sta distinguendo per alcune esposizioni di taglio antropologico trasversale, quanto a collocazione territoriale e a dimensione temporale, tuttavia non sempre filologicamente corrette. Ma questo è ovviamente anche il rischio difficilmente evitabile per chi, come lui, si addentri in tali ambiti interdisciplinari, oggi molto di moda ma che potrebbero perlomeno riconoscersi più lealmente in alcuni fondamentali anche se poco conosciuti e ignorati precursori. Da segnalare tra le collaterali anche la bella mostra di Bill Viola, tre video collocati negli altrettanti altari, quello centrale e i due laterali della piccola chiesa di San Gallo, a pochi passi da piazza San Marco. E’ un intervento sul quale merita soffermarsi anche perché l’artista americano ha valutato, direi con una scelta azzeccata, di isolarsi dalla ressa delle contaminazioni con altri interventi, soprattutto con gli altri video esposti in Biennale, per evidenziare un nuovo senso del sacro e dello spirituale, più vicino alla comune quotidianità. Si tratta di tre immagini-icone in movimento che sembrano scandire i percorsi esistenziali di ciascuno di noi alla ricerca di una incontaminata purezza – l’acqua delle abluzioni – che alla fine non sembra così irrimediabilmente perduta: il messaggio è semplice e chiaro, lasciandosi poeticamente aperto a soggettive interpretazioni, ma oggettivamente costituito da un linguaggio pulito e incisivo che esemplarmente può essere preso come utile riferimento per un certo rinnovamento di tanti monotoni e insulsi films cinematografici. E poi ancora da segnalare a palazzo Benzon la ricca mostra dedicata a Jan Fabre o alla Querini-Stampalia i diversissimi Omar Galliani e, al piano sottostante, i coniugi Ilya & Emilia Kabacov. Ai Giardini e all’Arsenale Robert Storr presenta una Biennale molto curata e ordinata, in tal senso diversa dalle precedenti rassegne: sembra quasi di entrare in una galleria d’arte o addirittura già in un museo, dove è possibile ammirare le opere di un Richter, piuttosto che di Sigmar Polke, di Louise Bourgeois o di Martin Kippenberger o della più emergente Sophie Calle. D’altronde è stato sottolineato da più versanti, lo statunitense Storr è più un curatore che un critico. Di tale ordine ne risente anche il catalogo, sicuramente e direi finalmente, consultabile con maggiore chiarezza e agilità. In una linea di continuità con le precedenti edizioni, si avverte sempre più la necessità di aprire nuovi padiglioni nel dare visibilità a quelle culture altre di cui ancora si conosce poco e dove anche il concetto del fare arte non esiste o è considerato in termini diversi rispetto a quelli più comunemente diffusi nel nostro ambiente. Emerge un taglio antropologico che tuttavia rileva in linea di massima proposte che si omologano a quanto siamo più abituati a prendere in considerazione con un metro di giudizio di valori di impostazione fondamentalmente di tipo occidentale. Una tale volontà di apertura forse ha portato al prestigioso riconoscimento assegnato al fotografo africano Malick Sidibé - Leone d’oro alla carriera – e probabilmente consentirà, come si vocifera da più parti, di premiare in autunno, quale migliore padiglione, quello albanese che è allestito a palazzo Malipiero dove si possono seguire, tra l’altro, i due video ossessionanti ma allo stesso tempo coinvolgenti di Armando Lulaj e Alban Hajdinaj. In questo generale contesto risultano molto suggestive le soluzioni decorative realizzate come combines di targhette metalliche scartate, alluminio e filo di rame del ghanese El Anatsui, in particolare vedi l’arazzo sulla facciata di palazzo Fortuny in campo San Beneto. Di fronte a tale effervescente panorama artistico è interessante sottolineare quest’anno la riapertura del Padiglione Venezia per documentare le ricerche più avanzate in ambito locale. Su segnalazione della Regione Veneto, della Provincia e del Comune di Venezia sono stati nominati ben tre curatori, rispettivamente Chiara Bertola, Luca Massimo Barbero e Angela Vettese che hanno deciso per questa edizione di organizzare una piccola rassegna avvalendosi del contributo di Georg Baselitz dedicata alla memoria del recentemente scomparso Emilio Vedova. Insomma alla fine Venezia, nonostante la Biennale – sicuramente una delle più prestigiose rassegne d’arte contemporanea a livello internazionale - rimane vetrina e ancora distante dalla possibilità di diventare un effettivo centro d’eccellenza come fucina e centro di produzione da esportare nel mondo. Tale prospettiva ci sembra possa costituire un punto fondamentale di forza valido per interrompere il rovinoso imperversare di una monocultura turistica di basso profilo, per ristabilire proficuamente quegli opportuni rapporti con le istituzioni attive in città nel settore artistico e per una sana continuità con un passato che altrimenti rimane pura speculazione retorica.
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