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"AMLETO" di William ShakespeareIl teschio tenuto in mano da Lella Costadi Matteo Signa Come in una lezione di letteratura, Lella Costa ripropone e rilegge una delle tragedie più famose di tutti i tempi, "Amleto".
Difficile calcolare le volte in cui si è scelto di rappresentare "Amleto" sotto forma di un linguaggio artistico. Che fosse cinema, teatro o televisione ha poca importanza. Il fascino di questo personaggio imponente, enigmatico e denso di tragicità risale a un periodo decisamente più lontano dall’opera di William Shakespeare. Amleto è, infatti, una figura centrale della mitologia nordica riportata da un famoso storico medievale di nome Saxo Grammaticus. Passando dalla recitazione al racconto con una estrema facilità, Lella Costa ricostruisce i nodi principali dell’intreccio sottolineando dettagli che non sapevamo oppure riscopriamo all’improvviso. Un paio di esempi. Il padre di Amleto, il re di Danimarca, portava il suo stesso nome quasi a indicare un passaggio inevitabile di morte e sofferenza. Amleto era sì rimasto colpito dall’improvvisa morte di suo padre, ma non era di certo impazzito per questo. Come nel precedente lavoro di Lella Costa interamente dedicato al "mito" di Alice, anche in questo caso si attualizza un testo del passato facendo emergere questioni spinose legate alla guerra, all’etica, alla politica o alla semplice definizione di follia. L’autrice di questa affascinante rilettura fa bene a sottolineare più di una volta come la pazzia di Amleto fosse, in realtà, la voluta copertura di un animo che prendeva le distanze da una corte di omicidi, cortigiane e imbecilli. La pesantezza della domanda che attacca il famosissimo monologo di Amleto viene letta come riproposizione di tormenti e sofferenze quotidiane e acquisisce, grazie all’analisi diacronica della Costa, una magica leggerezza. "Essere o non essere, questo è il problema..." Una domanda fondamentale che si puo declinare in molteplici soluzioni: fare o non fare la guerra? Morire, o dormire? Telefonare o non telefonare? Tutto sembra perdersi in una scelta. L’affabulazione delle parole di Lella Costa viene amplificata da una scena molto semplice, vicina ai teatri della Londra di Shakespeare. In direzione del pubblico, c’è una grande piattaforma rettangolare inclinata verso il basso con un buco nel mezzo: l’inferno. Una tela di fondo, spesso nera, o di un blu profondo, che insieme alla luce dà un’atmosfera buia alla scena, ottima per un castello medievale in Danimarca in cui il sangue versato viene sostituito da mele che "sgorgano" veloci regalando all’azione una potente drammaticità. Lella Costa in Amleto da William Shakespeare di L.Costa, G. Gallione, M. Cirri - musiche Stefano Bollani - costumi Antonio Marras - scene Guido Fiorato - luci Marco Elia - regia Giorgio Gallione
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