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ANAGOOR - FortunyLa bellezza si svela solo a pochidi Enrico Silvano Primariamente una recensione deve essere in grado di fornire delle chiavi di lettura utili a decodificare lo spettacolo preso in analisi; un buon critico sa osservare da un’angolazione particolare ed è così capace di costruire una lettura originale; questo il carattere essenziale di ogni critica teatrale, cinematografica o quant’altro. Secondariamente è anche necessario saper descrivere il contesto nel quale lo spettacolo in questione si inserisce, indicare i collegamenti con spettacoli simili, magari ritrovare riferimenti con opere del passato, saper tracciare il percorso compiuto dall’artista (o dalla compagnia di artisti) e tanto altro.
Ma nel momento in cui di uno spettacolo non si riescono nemmeno a comprendere le linee generali, diventa difficile poter far tutto questo. Ammettendo tutta la mia ignoranza, i cali di attenzione quasi inevitabili dopo i primi trenta minuti di totale spaesamento, mi trovo ugualmente costretto a scrivere che Fortuny, la nuova creazione di Anagoor, è stato per me uno spettacolo incomprensibile. Potrei proseguire descrivendo scena per scena ciò che ho visto azzardando qualche interpretazione, ma non mi sembra il modo migliore di operare. Credo più fruttuoso riprodurre il percorso che ho fatto nel tentativo di trovare la soluzione del difficile rebus (scarsi risultati). L’obiettivo è fornire informazioni preziose a chi lo spettacolo non l’ha ancora visto e essere d’aiuto a quanti invece l’hanno visto già e hanno avuto le mie medesime difficoltà. Per chi lo ha già visto e lo ha immediatamente compreso, ahimè questo articolo sarà inutile. Ad ogni modo. Fondamentale è conoscere il personaggio di Mariano Fortuny (de Madrazo), la figura da cui lo spettacolo prende ispirazione. Per quanti non lo conoscessero, Fortuny era pittore, stilista, scenografo, fotografo e ammiratissimo (anche da Proust) creatore di stoffe, quindi se notate che la scenografia è piena di stoffe finemente decorate sappiate che non è per caso. Nell’introduzione che Anagoor fa dello spettacolo, Fortuny è un uomo “ossessionato dalla bellezza”; dal 1889 si trasferisce a Venezia e questa ossessione si combina con l’amore per la città, tanto che il suo desiderio diventa “carpire l’essenza di Venezia e trasformarla”. Quindi ecco qual è il progetto della compagnia, assumere lo “sguardo complesso (di Fortuny) sulla preziosa delicatezza di Venezia con l’intento di catturare il cuore del suo fervente lavoro sulla catalogazione della memoria e sulla trasmissione delle forme e osservarlo come metafora di un intervento attivo in difesa di qualcosa di altrettanto prezioso che avvertiamo minacciato.” Questa strenua ricerca e difesa della bellezza è in effetti la chiave per comprendere molti passaggi, le scelte scenografiche e le azioni dei tre attori (tra loro nessuna parola, ci sono solo i loro movimenti sulla scena), seguono primariamente questa logica. Quindi l’attenzione dello spettatore deve indirizzarsi soprattutto nella contemplazione delle immagini che vengono a generarsi sul palcoscenico; un tema, quello della bellezza tra i più discussi nei salotti letterari del fin du siecle, quelli frequentati da Fortuny, dove nasce e trova fortuna la poetica simbolista fatta di metafore oscure e passioni decadenti. L’oro è uno dei colori di quell’epoca e dorate sono molte scene dello spettacolo, Anagoor non si è limitato ad “assumere lo sguardo complesso di Fortuny” ma ha fatto propria la poetica del suo tempo, riproducendola sulla scena; almeno questo sembra di poterlo affermare con un po’ più di sicurezza. Un’operazione di certo notevole, ma rimane comunque senza risposta la solita domanda che spesso ricorre: chi è (se c’è) il destinatario di questo tipo di arte? Quanti sono in grado di assimilarla? Reazioni inevitabili, del resto, se vogliamo, le stesse che si hanno leggendo una poesia simbolista. Ma allora la domanda che sorge è un’altra, perché tirare fuori il simbolismo all’inizio di questo millennio? Certo il problema di fondo, difendersi e trovare una via di salvezza da un mondo che della bellezza e dell’arte sembra sicuro di poterne fare completamente a meno, è quanto mai attuale, ma la posizione simbolista, la loro scelta di elitarietà, è una valida risposta? O semplicemente una reazione quasi istintiva? di Anagoor durata: 50’ con Anna Bragagnolo, Pierantonio Bragagnolo, Moreno Callegari, Marco Menegoni www.anagoor.com - www.operaestate.it/bmotion - www.nardini.it/garage-nardini.html
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