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Panorama "ANNA M." DI MICHEL SPINOSALa storia di un’ossessione raccontata in capitolidi Carla Mancini Dopo "La parenthèse enchantée", Spinosa racconta la storia di Anna M., una donna convinta di essere amata, nonostante l’uomo dei suoi sogni continui a darle segni di rifiuto.
L’ultimo film del regista di Anna M., Michel Spinosa, risale al 2000. Con La parenthèse enchantée aveva avuto un successo internazionale, grazie ai toni satirici di una commedia narrante i cambiamenti sociali degli anni ’60. La sua verve comica viene, con Anna M., ampiamente rimpiazzata dalla tensione costante che penetra e permea l’ opera e la psiche della sua protagonista. Anna M. è una donna tranquilla, riservata, dedita al suo lavoro di restauratrice di libri antichi. Apprezzata dai suoi colleghi, amata da sua madre, sembra avere come unico difetto quello di essere una donna sola, nonostante la giovane età e l’indubbia bellezza. Interpretata da Isabelle Carré, Anna M. porta, già fisicamente, il segno di una fragilità e di un’instabilità fuori dal normale e che si riveleranno essere il movente della storia raccontata. Diviso in capitoli, il film inizia sotto il segno dell’“Illuminazione”: con essa Anna crede di vedere nella gentilezza del dottore Zanevsky un amore torbido e adultero. Ben presto ci si rende conto che tale sentimento nasce solo ed esclusivamente dall’immaginazione della protagonista. Accecata da un amore che crede ricambiato, ella comincia a perseguitare l’uomo dei suoi sogni, rendendo la sua vita insopportabile. All’”Illuminazione” segue, infatti, “Il dispetto” e poi “L’odio”. L’ovvio rifiuto del dottor Zanevsky provoca l’accanimento della giovane Anna M., decisa a voler dimostrare un sentimento inesistente. Telefonate, grida, urla, lettere mai aperte, inseguimenti. Anna M. tenta di tutto; si fa persino prendere come babysitter dall’inquilino del piano di sopra del dottore. Ma poi l’ossessione sconfina nella follia e la regia che, fin’ora, si era mantenuta sobria e misurata, soprattutto nei suoi contrasti tra il netto e lo sfocato (estremamente studiati), si lascia infine andare a smisurati giochi di ottiche, nel tentativo di esprimere il rifiuto di ogni razionalità e il dilagare della pazzia. Ne “Il rifugio”, Anna M. sembra trovare una via d’uscita al suo folle amore: nella maternità che segue la sua ospedalizzazione in una clinica psichiatrica, nell’amicizia con l’unica collega che le resterà sempre accanto e nella convinzione che il suo amore sia stato reale e contraccambiato e che ora si accontenti della felicità altrui. Lontano dalla perversità e dall’autolesionismo de La pianista di Michael Haneke, Anna M. vuole raccontare in maniera quasi analitica il sorgere della follia, qui nata da una delusione amorosa trasformatasi in dispetto, poi in un odio smisurato valicante i limiti della ragionevolezza e del contegno di se stessi. Costruito attorno ad una struttura ben riflettuta e fornito di ottimi dialoghi, il film di Spinosa manca, però, di quella capacità di “radiografare” dall’interno i movimenti della psiche della protagonista. Il gioco di ottiche che s’impossessa dell’immagine nel momento in cui Anna M. sembra perdere, più del solito, il contatto con la realtà, non basta a farci comprendere le sue reali passioni e sofferenze. Freddo, sterile, Anna M. filma i fatti e gli eventi di una nevrosi che ha tutto il suo interesse nei movimenti della psiche e che, in questo film, non vengono mostrati. Titolo originale: Anna M. Regista: Michel Spinosa Cast: Isabelle Carré, Gilbert Melki Anno: 2007 Produzione: Ex Nihilo Distribuzione: Diaphana Film
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