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"ASPETTANDO GODOT" diretto da Lorenzo LorisGodot per contrastidi Marianna Sassano L’assurdo sono le ruspe che, prima mostruosi bracci meccanici in movimenti lenti e distillati, poi dettagli di scavi dalle sembianze quasi lunari in un paesaggio desolato, accompagnano il procedere insoluto di un’attesa irrisolta: quella di Godot.
Dietro le spalle di Vladimiro (Gigio Alberti) e Estragone (Mario Sala), per quasi tutta la durata della messa in scena, sta il video di un altrettanto insoluto “lavoro in corso”. Nelle immagini eteree realizzate da Fabio Cinicola, composte e montate con elegante essenzialità, è racchiuso forse lo spunto più interessante di questo "Aspettando Godot", diretto da Lorenzo Loris per il Teatro Out Off, e visto al Teatro Toniolo di Mestre.
Sono i video, infatti, ad assumere su di sé quel senso di pulizia, di asciuttezza - oltre che di straniamento - che da più di cinquant’anni le parole di Beckett conservano. Anche la scenografia essenziale di Daniela Gardinazzi aiuta ad entrare in una sorta di mondo senza profondità: dove c’è solo un eterno presente. Quello scrivere scarno di Beckett, che si risolve veloce nelle battute dei due disgraziati sembra essere assunto qui dalle immagini: nulla in realtà si dice, così come nulla accade nello scorrere del racconto visivo di un cantiere abbandonato. E, se il telo in bianco e nero è lo spazio della novità, al di qua della proiezione, ad Alberti e Sala è affidata la tradizione. Cioè, il testo. Se il video è straniante e ipnotico (enfatizzato dallo stridere di rumori metallici a cura di Andrea Mormina) per contrapposizione la recitazione è carica, pregna. I Didi e Gogo che Loris sceglie di far rivivere sono due esseri completi: non semplicemente in balia di un’assurdità diffusa, come da iconografia beckettiana, ma partecipi e reattivi. Le battute di Didi causano reazioni in Gogo - e viceversa. Il loro dialogo non scivola via veloce: ma provoca scossoni emotivi nella loro relazione. Quasi che le battute di Beckett acquistino significato, anche quando le parole sembrano non averne. Alberti e Sala assumono su di sé la goffaggine di una situazione assurda e la mettono tutta nei corpi, nelle espressioni, nelle voci artefatte (profondissima per Didi, stridula per Gogo). Una scelta che lascia qualche perplessità: movimenti volutamente esasperati, stigmatizzati, comici al limite della macchietta, non sembrano condurre alla sensazione dell’assurdità, quanto piuttosto all’immagine di un micro mondo divertente, nel quale i canoni della comicità sono lampanti. Un micro mondo comodo per lo spettatore: si sente a suo agio, perché lo riconosce. Non fosse che tutto è appena al di qua dell’orlo del baratro. E il baratro si apre in tutta la sua profondità quando sulla scena irrompono Pozzo (Giorgio Minneci) e un tragicissimo Lucky (Alessandro Tedeschi). Urla disperato di dolore, Lucky, la sua condizione di uomo cane, uomo servo, uomo non uomo. Sbava e aggredisce, passa dalla cattiveria alla mansuetudine, perso nel completo abbandono al suo padrone che lo tiene legato ad una corda, per venderlo. Legato alla sua irrinunciabile schiavitù, si getta in un monologo impazzito, vuoto, carico solo di disperazione: e sulla scena accade uno dei momenti più intensi di tutto lo spettacolo, che strappa al pubblico un applauso spontaneo per un emozionante Alessandro Tedeschi. Un altro Aspettando Godot da vedere: e poi da ripensare, digerire. Teatro Out Off - ASPETTANDO GODOT traduzione Carlo Fruttero, regia Lorenzo Loris, con Gigio Alberti (Vladimiro), Mario Sala (Estragone), Giorgio Minneci (Pozzo), Alessandro Tedeschi (Lucky) , Davide Giacometti (Ragazzo), scene Daniela Gardinazzi, costumi Nicoletta Ceccolini, consulenza musicale Andrea Mormina, luci Luca Siola, fonica e video Fabio Cinicola foto Agneza Dorkin
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