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"AVREI TANTO BISOGNO DI DIRE" DI VASCO MIRANDOLACanto agli ultimidi Marianna Sassano
Ritornare a un atto di silenzio per riuscire a mettersi in ascolto. Riaprire le porte della com-passione, della com-partecipazione, della com-mozione. Svuotare di pietà i serbatoi delle classificazioni sociali e riempirli di schiettezza. Lanciare lo sguardo oltre lo sporco, oltre lo schifo, oltre il disagio - mio, che ti guardo; tuo, che sei guardato - e recuperarlo al di qua di una umanità rivendicata.
Avrei tanto bisogno di dire è capace di questo e di altro. È già nel titolo lo spirito del lavoro prezioso di Vasco Mirandola tratto dai testi di Pino Roveredo, e presentato al Festival SGUARDI - Festa Vetrina del teatro contemporaneo veneto, dopo due anni di inattività dalla prima, breve, tournèe. E meno male che non è finito in una qualche soffitta. Meno male che Mirandola, e Michelangelo Campanale che lo dirige, abbiano avuto ancora quel “bisogno di dire”. Il bisogno di dire, con quel condizionale che lo precede, come una richiesta discreta, è una prospettiva umile ma impellente; è la necessità artistica per eccellenza: “dire lo devo, lo sento; ascoltatemi se potete”. È un dire che denuda. Vasco Mirandola si avvicina alla vita di Roveredo: figlio di sordomuti, il padre alcolizzato, alcolizzato egli stesso a partire dai 15 anni, finisce in carcere, poi in manicomio. A trent’anni si rialza, e inizia la nuova vita che lo porterà all’impegno sociale e alla scrittura, fino al premio Campiello. Sono, questi, dettagli autobiografici di una vita sottobraccio al dolore, ma che regala all’autore la credibilità dello sguardo. E Mirandola questo lo sa. Sa che ha a che fare con una materia autentica, anche quando è poetica. Sa che questo esige anzitutto rispetto. E noi sappiamo che lo sa perché, nella sua messa in scena, nulla è imitatorio. Nel collage dei testi di Roveredo che compongono Avrei tanto bisogno di dire, mille piccoli micromondi pretendono e ottengono onestà interpretativa: nell’incanto di mani a sfiorare le mani, per raccontare un amore muto e sordo; nei sorrisi sfacciati chiusi in pantaloni a zampa di un’epoca di sballi ed eccessi; nella timida tenacia di un pazzomattopoverocristo che lui, quello che vuole, forse nemmeno è la libertà fuori dal manicomio - ma la sua donna che non c’è, quella sì che la vuole. E, infine, nel canto agli ultimi incarnato nella figura della signora Mafalda. Mafalda senza casa, cuore duro e sangue sciolto nell’alcol, troppo, tanto. Mafalda che era bella. Mafalda che ora lancia maledizioni ai ciechi d’ipocrisia. Mafalda in croce di sofferenza, braccia spalancate e mani al cielo a implorare il suo dio, il suo sostentamento, il suo coraggio: il suo vino, che è benzina e dolore e che da uno schermo sullo sfondo diventa immagine di cascata rossa a riempire il bicchiere che innalza, a ricoprirla tutta, ad annegarla. Ed è il momento forse più toccante di uno spettacolo che fin dall’inizio arriva diretto, vero, lucido, innamorato. Spiazzante di onestà, finalmente. Tutto ciò vive in un palco pieno di fari, casse, attrezzatura teatrale; come a dire “il gioco è svelato, lo metto a nudo, porto in scena tutto, rischio, il dolore lo do ai riflettori”. Ma non è il solito espediente del teatro nel teatro. È una rivendicazione di coraggio. È un palesare ancora di più che ciò che è delicato, intimo, profondo, può divenire materia primaria per la costruzione di un fatto comunitario. Ti metto in scena perché averti dentro non serve, se non sei condiviso. “Mi vedi mentre cerco di entrare faticosamente nel centro della tua carezza?” AVREI TANTO BISOGNO DI DIRE con Vasco Mirandola, testi Pino Roveredo, musiche Giorgio Pavan, costumi Silvana Gallotta, video di scena Raffaella Rivi, regia disegno luci e scene Michelangelo Campanale. Foto © Barbara Rigon
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