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"Adás" di Roland VranikTrasmissionedi Paola Assom Si pronuncia “Odash”, spiega all’inizio il direttore del Festival di Torino Gianni Amelio, e il regista racconta che un taxista di Budapest dopo averlo visto ha detto: “E’ stato come farsi strappare le unghie”. Non è forse un commento eccessivo: infatti il film immagina come potrebbe essere la nostra vita, di noi occidentali e consumisti di massa, se ci venisse tolta la televisione, ossia qualcosa che fa ormai parte di noi. Come le unghie, appunto.
In una città non identificata ma bellissima, con case eleganti e splendida vista sul mare, montagne di televisioni ormai inutili si ammassano nelle discariche, perché in tutto lo Stato sono state abolite le trasmissioni. Dilagano la noia, la violenza, le malattie psichiche. Bambini aggrediscono brutalmente una ragazza per strada mentre un uomo sopraffatto da una insonnia patologica vede tutto dalla finestra ma non interviene. Una madre mette il lucchetto al frigorifero per impedire alle bambine di mangiare in continuazione; suo marito arriva e la ammazza in un accesso di collera: i due avevano litigato a causa della televisione. Tutta la società è sconvolta dalla mancanza di trasmissioni, negli uffici pubblici nessuno riesce a lavorare e le persone, disorientate e come impazzite, spariscono in continuazione, tanto che i muri della piazza principale sono totalmente ricoperti di foto di persone scomparse. I parenti dormono lì, per terra, sotto alle foto dei loro cari appese al muro, in attesa di qualche notizia. Si diffondono tra le persone le più varie ipotesi di spiegazione di questo provvedimento; qualcuno pensa a una sorta di ipnosi collettiva. “Manca ancora qualcosa” dice l’uomo che senza televisione non dorme più, guardando il muro che ha appena costruito davanti a casa sua e che gli preclude la meravigliosa vista sul mare. Solo dopo che nel muro avrà aperto una finestra quadrata come lo schermo di una televisione, ecco, solo allora l’uomo riuscirà finalmente a guardare lo spettacolo della natura e potrà di nuovo dormire. È un film lento e con poca azione, ma direi che è geniale per il merito di aver trattato un tema importante, costruendo un clima terrore post- moderno. Verrebbe quasi in mente Blade Runner, se non fosse che l’ambientazione nella città di mare è così idilliaca e gentile da far pensare a una ricostruzione più teatrale che cinematografica. In questi mesi in Italia si va diffondendo il sistema digitale terrestre per la ricezione dei canali TV. Chi non provvede subito si troverà gli schermi bui: quanto resisteranno i nostri malcapitati connazionali senza le trasmissioni? Il quarantaduenne regista di Budapest Roland Vranik, già premiato all’Hungarian Film Week nel 2005 con il lungometraggio Black Brush, è qui presente con il suo secondo lungometraggio. Un film di Roland Vranik. Con Sándor Terhes, Zoltan Ratoti, Károly Hajduk, Kata Wéber, Éva Kerekes. Drammatico, durata 95 min. - Ungheria 2009.
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