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Alessandro Grazian racconta “Indossai”San Pietroburgo, Schiele ed il tilacinodi Chiara Gallina Incontriamo Alessandro Grazian, giovane cantautore padovano, a meno di un mese dall’uscita del suo secondo lavoro: “Indossai”, uscito per l’etichetta Trovarobato. Un disco che segna un’evoluzione dal punto di vista musicale, con undici tracce caratterizzate da arrangiamenti raffinati e da un’atmosfera quasi cinematografica, tra citazioni di sapore mitteleuropeo ed uno stile che ricorda la migliore canzone d’autore italiana e francese.
NSC: Dicono sempre che il secondo album è il più difficile. Ci puoi raccontare come è nato “Indossai” e cosa c’è di diverso rispetto al tuo primo lavoro? Il primo disco è sempre un po’ particolare, è il lavoro in cui concentri un percorso di scrittura, dove confluiscono tutte quelle canzoni che ti hanno accompagnato negli anni. Canzoni di cui da un certo punto di vista hai anche bisogno di liberarti, perché magari non sono più recenti, però è necessario affrontarle e fissarle nel disco. Indossai invece è la fotografia di un progetto musicale più recente. E’ un album che ho cominciato a pensare appena uscito il disco d’esordio, per cui dentro ci sono dentro canzoni che hanno iniziato a prendere forma 3-4 anni fa e che sono più vicine al mio modo di vedere la musica in questo momento. Ovviamente poi c’è anche un po’ più di consapevolezza e la voglia di affrontare forme e contenuti che erano rimasti fuori dal disco d’esordio. In Caduto avevo concentrato un certo tipo di estetica, era un lavoro quasi sospeso nel tempo e che non si schierava mai veramente a livello di contestualizzazione, mentre nel disco nuovo ci sono dei nomi, c’è una geografia, c’è anche un scrittura che è meno introspettiva ed autoreferenziale ma in alcuni casi è un po’ più evocativa e descrittiva. NSC: Sicuramente nell’album ci sono molti luoghi e personaggi lontani nel tempo e nello spazio. Come mai questi riferimenti così distanti dal quotidiano? Si, mi rendo conto che – parlando in generale - possono sembrare riferimenti lontani dal quotidiano, ma in realtà sono tutte cose che io quotidianamente frequento, come ascoltatore, come lettore, nei miei interessi. Il “passato”, l’arte o la musica che non sono esattamente contemporanee sono sempre stati per me una fonte di curiosità e di spunti creativi. Per questo motivo, il fatto di scrivere una canzone come Fiaba Rossa in cui cito Egon Schiele, piuttosto che tirare in ballo San Pietroburgo, oppure Louis Aragon in un altro pezzo (Sainte Epine), sono tutte scelte che non ho vissuto in modo affettato, che non ho forzato. Alcuni sono anche dei tormentoni personali, come il tilacino, il lupo estinto che fa da mascotte alll’album… per me è veramente più naturale parlare di queste cose piuttosto che… di calcio. NSC: Ci sei più andato a San Pietroburgo? No, non ci sono mai andato, infatti quella è una canzone che io definisco un po’ salgariana. San Pietroburgo è un brano sull’assenza, in cui ho cercato di evocare qualcosa che non conosco se non attraverso letture, immagini… E’ l’unico tra i luoghi che ho citato nel disco dove non sono mai stato, però mi piaceva molto l’idea di spingere su questa assenza parlando di una città che nel mio immaginario evoca determinate cose. NSC: Testi e musica. Quale è il peso che dai a questi elementi quando crei una canzone? Ovviamente, cantando in italiano, sento la necessità di avere dei testi in cui mi riconosco, ma l’aspetto musicale è una cosa altrettanto importante e con Indossai ho cercato di dare lo stesso peso ad entrambi questi aspetti. Quello che mi aveva un po’ spaventato nel disco d’esordio, e in generale quando si parla di cantautorato, è il fatto che la scrittura fosse sbilanciata dalla parte del testo piuttosto che della musica. Questo nuovo disco invece è nato da urgenze musicali molto forti ed i testi hanno svolto il ruolo di assecondare certe suggestioni musicali preesistenti. La stessa San Pietroburgo, ad esempio, è nata da un’intuizione musicale, ha questo incedere che mi ricordava qualcosa di “sovietico” e che quindi mi ha portato ad evocare proprio quel mondo. NSC: Nell’album sono ospitati vari artisti… Si, il produttore esecutivo del disco è Enrico Gabrielli (Mariposa, Afterhours) che però non definirei un ospite, con lui ho un legame anche affettivo e il suo contributo si è sentito durante tutta la lavorazione del disco. Anche tutti gli altri musicisti presenti nell’album sono persone con cui ho condiviso il palco in questi anni, con cui sono amico e con cui ho condiviso l’allestimento di Indossai. Un gradito ospite è invece Emidio Clementi che appare in un brano, di nuovo San Pietroburgo. Sono molto felice che sia entrato nel disco perché in qualche modo mi ha consentito di chiudere un cerchio con quelli che sono stati dei miei ascolti di quando ero un po’ più giovane. I Massimo Volume sono un gruppo che ho amato molto, che ho ascoltato molto dal vivo, ma prima di questo disco non avevo mai avuto l’occasione di conoscere Emidio, quindi per me è stata veramente una bella soddisfazione. NSC: Adesso ti leggerò un po’ di aggettivi che vengono usati per descrivere te e la tua musica, devi dirmi quali ti piacciono e con quali invece non sei d’accordo. Cominciamo da: classico… Ultimamente la mia accezione di classico è molto rivalutata. Non mi dispiace. NSC: Diverso… Mah, nell’accezione positiva può starci. NSC: Dotto… Questo non mi piace tanto, perché sembra dare una sfumatura forzata a quello che sto facendo. Sì, c’è tutto il mio percorso dietro, ma certe scelte musicali o di scrittura sono più un atto di libertà che non un’ esibizione di capacità intellettuali. NSC: Indipendente… E’ così, i motivi sono diversi ma obiettivamente sono iscritto all’interno di un circuito indipendente discograficamente parlando ed anche di percorsi. L’indipendenza è una cosa un po’ faticosa, a volte, ma anche necessaria per fare quello che voglio fare. NSC: Intimista… Una parola che andava tanto tempo fa… si, ci sta, mi rendo conto che magari le cose che faccio rispetto ad altre hanno un tocco più individuale. NSC: L’ultimo: fuori dal tempo. Va bene, però ci tengo a dire una cosa: Johnny B. Goode è del ’58 e Legata ad un granello di Sabbia è del ’61 per cui… anche il rock è vecchio, molto più vecchio di altre cose, però non c’è questa percezione perché viene continuamente vivificato. Io ascolto il rock come ascolto il coro della SAT e sinceramente non mi sono mai posto il problema di mettere dei paletti anche perché - sarà banale - ma non credo che la musica abbia età. Magari esistono delle tendenze, dei fenomeni di costume, però questo non significa che, nel momento in cui si fanno delle cose non perfettamente allineate o che non sono certificate da certi meccanismi anche mediatici allora si è fuori dal tempo, fuori dal mondo. NSC: Progetti per il futuro? Mi piacerebbe molto poter suonare all’estero con questo materiale, cantando in italiano.
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