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Milano Film Festival 2010 (Concorso) "Armadillo" di Janus MetzSei mesi in Afghanistandi Rinaldo Vignati I sei mesi in Afghanistan di un gruppo di soldati danesi impegnati nei contingenti Isaf. Il cameratismo, i difficili contatti con la popolazione locale, il battesimo del fuoco, la morte, il senso di sconfitta e di impotenza, il ritorno a casa.
La struttura narrativa di questo documentario è del tutto analoga a quella di The Hurt Locker. Concentrato per quasi tutta la sua durata sulla descrizione ravvicinata e “adrenalinica” della guerra, nella parte finale ci mostra l’alienazione e il distacco provato dai soldati una volta rientrati nella vita civile: le didascalie finali ci dicono che molti di loro sono in procinto di tornare in Afghanistan. Possiamo dunque riassumere i contenuti del film in due punti. Primo (e questa era anche la “tesi” di The Hurt Locker): la guerra - portando gli individui a contatto quotidiano con la morte - crea, in chi la fa, assuefazione, alienandolo dalla vita civile (si vedano le inquadrature dei soldati ritornati a casa nel finale). Secondo: la missione in Afghanistan è inevitabilmente destinata al fallimento, per l’impossibilità di trovare collaborazione con la popolazione locale, stretta fra i talebani (e il loro capillare controllo del territorio) e soldati stranieri percepiti come occupanti piuttosto che come liberatori (il documentario si sofferma a più riprese sulla distruzione delle misere fonti di sostentamento delle popolazioni che il passaggio dei soldati occidentali e gli scontri a fuoco comportano). La somiglianza con il film della Bigelow potrebbe essere un interessante spunto di riflessione sui confini tra fiction e documentario. Se la Bigelow adottava modi di ripresa “finto-documentaristici”, Metz utilizza il montaggio e la musica per ricondurre i suoi materiali documentaristici entro modelli narrativi riconoscibili dal pubblico e creare significati che non sono nelle singole immagini. Si pensi, a proposito del montaggio, all’accostamento tra le immagini del videogioco di guerra e la realtà della battaglia oppure al montaggio alternato tra le inquadrature del soldato ferito in ospedale e quelle degli esercizi di pesistica degli altri soldati (da questa alternanza intuiamo lo stato psicologico del ferito e il suo desiderio di ritornare al fronte). La musica ci pare abbia un ruolo eccessivamente drammatizzante, il che sembra quasi indicare una scarsa fiducia nello spettatore (come se si pensasse che le sue reazioni debbano essere necessariamente guidate da un mezzo efficace, ma per certi versi “subdolo”, come la musica) e nelle immagini stesse (che in realtà, avrebbero la forza per parlare e per imporsi da sé). Armadillo, che è già stato presentato a Cannes (Semaine de la critique), è un documentario di forte impatto su un tema scottante. In Danimarca ha avuto un largo successo e ha, giustamente, suscitato un acceso dibattito pubblico – in particolare intorno al comportamento tenuto dai soldati in uno scontro a fuoco mostrato dal film. E certamente sarà tra i papabili per il premio al miglior lungometraggio di questa edizione del Milano Film Festival. Titolo originale: Armadillo Nazione: Danimarca Anno: 2010 Genere: Documentario Durata: 100’ Regia: Janus Metz Produzione: Fridthjof Film Distribuzione: TrustNordisk Sito ufficiale: http://www.armadillothemovie.com/ Data di uscita: Milano Film Festival 2010 (concorso)
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