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"Armando Testa. Il design delle idee" al Padiglione d’Arte Contemporanea di MilanoIppopotami, sedie e altre invenzionidi Rinaldo Vignati Dopo la mostra dell’84, il Padiglione di arte contemporanea di Milano torna ad omaggiare la figura di Armando Testa (1917-1992), il “padre della pubblicità italiana” (ma ironicamente, come si può sentire in un’intervista che appare nel film dedicatogli da Pappi Corsicato, lui diceva di sentirsi piuttosto come il “cognato della pubblicità italiana”). La mostra attualmente in corso – Armando Testa. Il disegn delle idee – accosta il lavoro pubblicitario (e quindi le creazioni più note anche al grande pubblico, da Pippo, l’ippopotamo creato per la Lines, a Carmencita e Papalla) a quello, meno conosciuto, nei campi – coltivati lungo il corso di tutta la sua carriera – della fotografia, della pittura e del design.
Ad accogliere il visitatore nella sala dell’ingresso è una delle sue creazioni più famose, il simbolo rosso del Punt e mes. Nella stessa sala ci sono le meno note sedie AT (1990), costruite con le iniziali del suo nome, A e T, esempio del modo ludico e ironico con cui Testa affrontò il design (più avanti si possono vedere anche delle Sedie antropomorfe, 1976 e degli Armadi X e Y, 1971). Tutti questi lavori testimoniano l’abilità di Testa di semplificare le forme e di essere astratto e moderno e, allo stesso tempo, comunicativo e popolare. La sala II espone diversi manifesti pubblicitari (per Ici, 1937, per Borsalino, 1954, ecc.), che rappresentano forse l’ambito in cui l’inventiva di Testa ha potuto dispiegarsi al meglio. Nella stessa sala si possono vedere anche i caroselli Lavazza e i pupazzi che ne erano protagonisti. L’attività pubblicitaria è mostrata anche al piano superiore, in una saletta video in cui a rotazione passano alcuni dei più noti caroselli creati da Testa, e in un’altra sala in cui viene proiettato il già citato film di Pappi Corsicato (Povero ma moderno, 2009). In questo documentario – premio Pasinetti speciale al festival di Venezia del 2009 – si possono vedere altri spot, spezzoni di interviste a Testa provenienti dalle Teche Rai, interviste a famigliari (Marco Testa, Gemma De Angelis Testa) e qualche siparietto in cui Lucilla Agosti dialoga con i personaggi degli spot (Carmencita, la famiglia de Piumati, ecc.). A partire dalla sala III si può esplorare l’attività pittorica e fotografica di Testa. A volte (per esempio negli acrilici Castello rosso, 1982 o L’angolo erotico, 1984) l’attività in questi ambiti appare slegata da quella pubblicitaria, quasi un modo per sfogare impulsi creativi che la pubblicità, coi suoi vincoli (la necessità di comunicare al grande pubblico, le richieste del committente), non consentiva di percorrere. Altre volte questa attività appare invece come una sorta di laboratorio in cui sperimentare idee da utilizzare poi nella pubblicità. Anche dopo la morte di Testa, queste sue opere hanno continuato ad essere un serbatoio da cui sono state attinte ispirazione e idee. Chi, ad esempio, nel corso degli anni (a partire dal 1995), ha apprezzato la campagna di affissioni per Esselunga curata dall’Agenzia Testa (con prodotti vari che diventano personaggi celebri – John Lemon, Antonno e Cleopasta, ecc. – o che manifestano inaspettate somiglianze di forma con qualcos’altro – “foche o melanzane?”, ecc.) troverà l’origine di quel modo di trattare gli oggetti in una serie di fotografie (come Amanti, 1985, in cui i protagonisti del titolo sono due olive appoggiate su cuscini fatti di ravioli, fra lenzuola di spaghetti, oppure Saluti da Capri, 1988, con i faraglioni fatti di Parmigiano) o, ancora prima, in una serie di acrilici su tela (come Purosangue, 1970 in cui un piede diventa la testa di un cavallo) e di serigrafie (che vanno dal 1959 al 1982 e giocano sempre sulle somiglianze delle forme, tra un topo e un rapanello, ad esempio) esposte in queste sale. Nell’attività figurativa di Testa sono rintracciabili alcuni leitmotiv. Le mani e le dita sono ad esempio un elemento ricorrente sia nelle pubblicità (vedi la mano per il manifesto di Amnesty International, 1987), sia in altri ambiti artistici (come nella grande scultura Il tempo, 1989 o nei disegni che questa mostra espone per la prima volta): “il dito è un protagonista della vita dell’uomo e possiede una bellezza formale decisamente superiore all’orecchio e in diretta competizione con l’occhio”. Oppure la croce (rielaborata in particolare nel quadro Segno, 1990): “ho sempre amato la croce per la sua bellezza formale e per la sua forza strutturale, al di là del significato religioso che l’accompagna”. I due motivi vengono fusi assieme nell’immagine molto forte a favore del “No” al referendum sul divorzio del 1974: due dita formano una croce e sono tenute insieme da un chiodo (lo slogan dice “meglio il divorzio che inchiodati nell’odio”). Scelta che appare per molti versi provocatoria visto che utilizza un simbolo di origine religiosa per un messaggio che si oppone a uno schieramento guidato proprio dalla Chiesa. Più difficile individuare i motivi ispiratori della sua produzione narrativa. Se nei caroselli girati con la tecnica del “passo uno” (come Papalla o Carmencita e Caballero) si ritrova chiaramente l’Armando Testa creatore di forme essenziali dei manifesti e dei lavori grafici, negli spot con attori dal vivo l’invenzione si piega spesso a moduli più convenzionali provenienti dalla commedia e dal varietà, lasciando talvolta libero gioco al divo (i divertenti spot del Sole Bianco, ad esempio, sembrano lasciare a Paolo Villaggio carta bianca nel recuperare la cattiveria del Dottor Kranz). Frequente in questi spot è la presenza del sogno, dell’evasione dalla realtà: Sogni proibiti (come nel film con Danny Kaye tratto da un racconto di James Thurber) per l’Ave Ninchi della Cera Johnson, incubi per l’uomo timoroso di ingrassare dell’Olio Sasso (“la pancia non c’è più”), miraggi per i viaggiatori nel deserto della Peroni (da notare qui le chiare allusioni sessuali – la schiuma che tracima dal bicchiere – che seguono la comparsa della bionda Peroni). Ma anche nei caroselli “dal vivo” non mancano talvolta invenzioni surreali, più imprevedibili e spiazzanti, come gli uomini che si muovono come un treno per la Saiwa oppure quel tizio che, con un archetto da violoncello, suona la lunga barba di un altro personaggio (lo spezzone si vede nel film di Corsicato), come in certe performance di Nam June Paik. Armando Testa. Il design delle idee A cura di Gemma De Angelis Testa e Giorgio Verzotti Milano, Padiglione d’Arte Contemporanea, 13 aprile – 13 giugno 2010 www.comune.milano.it/pac Catalogo Silvana Editoriale.
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