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"BOWLING A COLUMBINE" DI MICHAEL MOOREWhat a wonderful world?di Alessandro Vecchiato Strike! Un ottimo colpo quello che il film “Bowling for Columbine” (Bowling a Columbine) ha assestato alla vita americana. Si propone, e lo è, come un film di denuncia, che scandaglia piano piano ogni aspetto del costume yankee.
Michel Moore, il regista del film, prende le mosse, per la sua analisi, da un evento che ha sconvolto l’opinione pubblica mondiale: la strage nella scuola Columbine di Littleton, nel Michigan. L’attentato, come i mass media statunitensi hanno scelto di chiamarlo, è avvenuto ad opera di un gruppetto di ragazzi che, stanchi di essere considerati diversi, hanno scelto di combattere la loro guerra con gli altri, uccidendo compagni ed insegnanti. “Ma è la musica che ascoltano, i film violenti che guardano, i videogiochi con cui passano le loro giornate”: una dopo l’altra, le motivazioni che più volte abbiamo sentito echeggiare nei nostri telegiornali, per delitti commessi da giovani in Italia, si sono presentate anche lì, con la loro dose di superficialità e di moralismo. Michel Moore ha saputo invece analizzare il fatto senza retorica o enfasi, semplicemente documentando con una 16mm ciò che vedeva: lo smercio delle armi in USA. Ben 11127 omicidi annuali per arma da fuoco sono registrati in America, contro i 68 dell’Inghilterra, recita il film: come si spiega il fenomeno? La risposta di Moore è articolata. E’ la facilità con cui si possono reperire armi, nei supermercati; la paura che ogni giorno i media infondono in chi li ascolta; la Costituzione che impone ad ogni americano di possedere un’arma; l’inflazione di questi consumi, che dominano la spesa pubblica. L’architettura del documentario, premiato dalla Academy degli Oscar, è complessa: le sequenze si succedono a ritmo sostenuto, alternando campi lunghi a primi piani, con effetto di intensificazione espressiva; la musica incalzante sottolinea le fasi più importanti dell’indagine e i passaggi da una sequenza all’altra. L’unica nota ironica del film arriva alla fine: scorrono i titoli di coda sonorizzati da una cover di “What a wonderful world” di Louis Armstrong e allo spettatore non resta che chiedersi amaramente dove mai sia finita la bellezza del mondo.
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