domenica, Ottobre 18, 2026
Home Cinema Film Berlinale: “United States of Love” di Tomasz Wasilewski

Berlinale: “United States of Love” di Tomasz Wasilewski

Un gelido mini-decalogo femminile

Berlinale 2016: Concorso
Quattro donne cercano la felicità e la realizzazione dei propri sogni in una Polonia appena liberatasi dal regime comunista. Ma la cosiddetta democrazia non rende per nulla più facile la loro ricerca di gioie a amori sinceri.

Tomasz Wasilewski ci aveva molto positivamente colpito con la sua opera seconda, Floating Skyscrapers, che con voluta sottolineatura polemica avevamo definito il primo coraggioso e meritevole film a tematica gay dell’ultracattolica Polonia. Ma al di là del tema, era stata la sua intensa trattazione e la sincerità non-mediata del giovane regista a colpire e a far ben sperare in un’ulteriore maturazione. È dunque un vero peccato dover essere testimoni di un suo passo falso, in quanto il suo United States of Love è una delle delusioni più cocenti di un concorso berlinese tutt’altro che eccelso.

Il film gira a vuoto fin dai primi minuti, e nonostante il buon Wasilewski abbia dichiarato che molte delle idee sono legate a ricordi di sue esperienze personali, il prodotto finale non brilla per autenticità. Si attende infatti a lungo e invano che le varie tracce della sceneggiatura si addensino, che il mero affastellamento gelido e casuale di incontri e scontri umani si amalgami in un affresco strutturato, ma il film rimane ondivago e incerto fra la narrazione per episodi (le quattro protagoniste principali prese a sé) e l’incastro altmaniano di esseri umani naufraganti all’interno di uno stesso casamento di periferia.

Speriamo che il regista si riprenda con il suo prossimo lavoro, ma qui non funziona quasi nulla. La stessa inquadratura iniziale a camera fissa è come “sbagliata” e confusa: siamo nel mezzo di una tavolata attorno alla quale sono riuniti quelli che poi scopriremo essere i protagonisti, e in un bignami raffazzonato di informazioni veniamo a sapere che il muro di Berlino è appena caduto, che gli amici emigrati torneranno (forse) in patria, che qualcuno sogna una carriera diversa… Ma (e per un regista che ci aveva in precedenza stupito con la sua precisione ciò è doppiamente spiacevole) Wasilewski sembra non sapere più dove mettere la macchina da presa: in questo incipit lo sguardo è ad altezza tavola, con gli attori messi un po’ di traverso dove c’era posto, come se qualcuno avesse lasciato partire le riprese quasi per caso, altrove il profilmico è decentrato o afunzionale, come se si mancasse sempre il cuore dell’azione o ci si concentrasse su reazioni eccessive ad eventi non mostrati. Troppe volte si dà per scontata la costruzione dei rapporti reciproci dei personaggi (chi è quell’uomo che vediamo spuntare a metà film, come dovremmo capire chi è amante o parente di tale o tal altro personaggio?…), altre volte ancora ci sono stravaganti errori di “grammatica” (la soggettiva di una voyeur attraverso uno spioncino che viene resa con un’immagine a tutto schermo)…

È come se il giovane Tomasz si fosse perso nel tentativo di omaggiare maestri di cui non è ancora all’altezza: le citazioni di alcuni episodi del Decalogo kieslowskiano non trovano motivazioni convincenti all’interno della narrazione e rimangono degli a parte episodici, mentre alcuni squarci onirici e stravaganti mal si inquadrano in una dolorosa indagine per il resto quasi veristica di vite femminili alla deriva. Agata, Iza, Renata e Marzena vivono tutte la propria insoddisfazione sessuale e sentimentale, incrociando dolori e inascoltate richieste d’aiuto in luoghi un po’ asettici di una Polonia che dovrebbe essere pronta a liberarsi dai retaggi del regime jaruzelskiano. Ma anche la raffigurazione di questo paese da poco post-comunista non convince del tutto: la casualità degli incontri sessuali nei bagni, la libertà di movimento e la nonchalance con cui i personaggi si agitano in quello che dovrebbe essere il 1990 o giù di lì lasciano l’impressione di un che di forzato e anacronistico.

Wasilewski insomma inscena un girotondo di amori e delusioni sessuali come se si trovasse nella Varsavia moderna e sbarazzina della contemporaneità, creando uno spaesamento logistico fra realia poco funzionali (la prime cassette porno e altre novità occidentali che stanno lì solo per convincerci che siamo negli anni Novanta) e libertà pop (le lezioni di danza nella piscina) che per quanto dichiaratamente ispirate a ricordi personali mal si combinano in un film che vorrebbe forse essere zanussiano, e si perde invece in una con-fusione stilistica e narrativa.

Un peccato, lo ripetiamo: non possiamo che augurare a un giovane regista di sicuro talento di ritrovare al più presto una strada che gli sia più consona, senza forzare con passi più lunghi della gamba una maturazione autoriale che, ne siamo certi, giungerà a tempo debito, ma che non può emulare i grandi del cinema polacco con modalità sinceramente un po’ superficiali.