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"Black Ice" degli Ac/DcL’eterno ed energico ritorno dell’ugualedi Emanuele Rauco Gli anni e i chilometri si fanno sentire, e 30 anni di musica, decine di dischi e molti e molti viaggi nel mondo sicuramente fanno sentire il propri peso. Nel caso degli Ac/Dc il discorso è un po’ diverso: così, per evitare che l’età e l’ispirazione si consumasse strada facendo, hanno deciso di adottare uno stile granitico, solido e inattaccabile. Sicuramente sempre uguale a se stesso, ma coerente ed inscalfibile.
Così al 15° album in studio, a ben 8 anni di distanza dal precedente Stiff Upper Lip, il gruppo australiano prosegue la sua inarrestabile cavalcata a base di hard rock e blues e ci regala un nuovo capitolo di una discografia ormai leggendaria: forse non aggiungeranno nulla, alla loro carriera, ma sicuramente non tolgono nulla, e continuano a far scuotere le teste degli appassionati. E gli ingredienti sono sempre quelli: chitarre grezze e taglienti, nutrite di blues distorto e rock granitico, ritmiche quadrate, semplici e secchissime, voce al vetriolo, grattata oltre l’immaginabile (e l’età stavolta fa gioco), e assoli puliti e rombanti, dove la chiarezza fa i paio con un sincero divertimento. Stavolta, come accaduto qua e là nel corso della carriera, ci sono aperture melodiche molto più evidenti, che avvicinano ancora di più il disco a un certo rock da classifica, quello che si canta a squarciagola e balla con gusto. L’apertura è nel segno della tradizione purissima e Rock ’n’ roll train è purissimo Ac/dc sound, con le chitarre incessanti a segnare il tempo di ritmiche accese e un andamento robusto e cantabile, subito proseguito dal più cadenzato e blueseggiante Skies on fire. E tutto il disco segue l’onda ritmica del gruppo, tra accelerazioni possenti – come l’adrenalinica Wheels – e sinuosi rallentamenti - esemplare She likes Rock ’n’roll. Stavolta però, la vena melodica dell’album s’irrobustisce, diventa ancora più fruibile e godibile, e se in Rock ’n’ roll dream s’intravedono fili di malinconia, Anything goes sembra uscire dagli anni’ 80 per lo spirito giocoso e l’uso delle chitarre. Certo, s’intravedono i tentativi forzati di creare una nuova Highway to hell, o di clonare pezzi indimenticabili come Shook me all night long, ma nel complesso la prova dei fratelli Young è cristallina (anche se i solo di Angus paiono un po’ sacrificati) e Brian Johnson alla voce da il meglio delle sue stridenti corde vocale. E in attesa di vederli dar fuoco alle polveri delle arene che ospiteranno il tour, possiamo farci ancora un sano bagno di ghiaccio nero e puro hard rock.
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