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Bruce Springsteen and The E-Street Band a MilanoSan Siro, mercoledì 25 giugno 2008di Luca Bertoldo Pare che i concerti estivi sold out, tra l’altro uniche date in Italia, siano fatti con la stampino: nel cielo non trovi una nuvola manco a pagarla, fa un caldo ai limiti del pericoloso e ti ritrovi più di 60.000 persone ammassate in uno stadio per ammirare il Boss.
Chi scrive non è springsteeniano duro e puro, ma è figlio di springsteeniani, quindi la curiosità in tanti anni di album, foto, video e libri non può mancare. Eccomi dunque a San Siro per assistere al rito pagano del rock. Il concerto dovrebbe iniziare alle venti e trenta e finire alle undici e mezza, tassativo. Il gruppo se ne frega è inizia venti minuti dopo, accolto da un boato assordante. Bruce Springsteen legge i fogli ai suoi piedi in italiano: «Fa abbastanza caldo? Noi vi scalderemo ancora di più!». Inutile dire che l’intento è raggiunto già con la prima canzone, Summertime Blues. Da lì in poi è tutto un susseguirsi di pezzi vecchi e nuovi, un viaggio lungo trentasei anni che non lascia tregua. Se è vero che l’ultimo disco della band, Magic (che dà il nome pure al tour), non brilla per freschezza, con una produzione che imita quelle più datate e brani da “navighiamo a vista”, è altrettanto vero che quelli da qui scelti reggono all’interno della scaletta: Radio Nowhere, Livin’ In The Future e Long Walk Home sono grintose al punto giusto. Girls In Their Summer Clothes è addirittura in tonalità superiore rispetto all’originale, un lusso davvero per poche voci, a quell’età. Già, la voce del Boss. E pensare che nei primi due pezzi era acerba, gracchiante quasi. In realtà è come uno di quei bei motori di una volta, che fa fatica a partire, ma quando parte non lo fermi più. Tornando alla scaletta, è impossibile non citare Darkness On The Edge Of Town, Born To Run (qui c’è davvero da temere per l’incolumità del pubblico, con le gradinate che tremano vistosamente), una intima e intrigante I’m On Fire, una straripante e vorticosa Because The Night. Bruce va perfino tra il pubblico a prendere i cartelli con le richieste, poi torna dai compari e sventola i cartoncini, come le ragazze agli incontri di boxe. E i musicisti partono, anche se il pezzo non era in scaletta (ad esempio None But The Brave), anche se non si sa come va a finire. Perché fa tutto parte del rito di cui si diceva. Springsteen è comunione e comunicazione, parole da prendere nel loro senso più letterale. Suda con il pubblico, non per il pubblico, stringe mani, si lascia accarezzare, bacia le ragazze con la massima tranquillità, corre, salta, si lancia in scivolata, si versa l’acqua sulla schiena e la versa ai propri fans (il battesimo?), suona la chitarra a gambe larghe e mulinando di braccia. La musica è semplice e diretta, i testi sono storie, racconti, fotografie, che tutti possono vedere e in cui tutti, in fin dei conti, possono riconoscersi, anche se parlano dell’America. Si chiude con Dancing In The Dark, Detroit Medley e American Land. E se dopo tre ore uno si aspetta che i vecchietti crollino, in effetti il chitarrista Little Stevie e il saxofonista Clarence Big Man Clemons, pieno di acciacchi, non sono al top. Ma il Boss non cede di un millimetro e regala, solo al pubblico di Milano, la cover Twist And Shout. Nel 1963 John Lennon, dopo una dura giornata di registrazioni, la incise senza voce. Springsteen, invece, potrebbe continuare fino al mattino. Ma ha già sforato di venti minuti rispetto agli orari imposti. Ad ogni modo “summer’s here and the time is right for goin’ racin’ in the street”, l’ estate è arrivata ed è il momento giusto per gareggiare in strada. Le foto del concerto:
Foto a cura di Emanuela Crosetti Copyright © NonSoloCinema.com - Emanuela Crosetti
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