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Venezia 65. - Concorso "Bumažnyj soldat (Paper Soldier)" di Aleksej German jr.Nell’infinito io volo…di Massimo Tria Il medico di origini georgiane Daniil è combattuto dal dilemma se dedicarsi completamente all’addestramento e alla preparazione psicologica dei primi astronauti sovietici, o se invece dissuaderli da un compito troppo gravoso e più grande di loro, che esige enormi sacrifici personali e a volte anche vittime. Su questo sfondo si inserisce anche la sua incerta vicenda personale, combattuto com’è fra la moglie moscovita Nina, e la giovane Vera, amante ingenua e fedele che abita nel Kazakhstan, vicino al cosmodromo da cui partono i razzi spaziali.
Jurij Gagarin fu il primo essere umano a volare nello spazio. Ciò avvenne nell’aprile del 1961, pochi anni dopo che sempre i sovietici, nel 1957, avevano mandato in orbita il primo satellite, il famoso Sputnik 1: all’interno di questa mitologica e sofferta corsa allo spazio, sostenuta da fortissime motivazioni ideologiche e patriottiche, tese a dimostrare il primato russo sulla scienza e la tecnica americana, si iscrive la vicenda di Daniil, classico esponente della intelligencija russa combattuto fra ambizioni personali e motivazioni ideali che ne farebbero un convinto sostenitore del progetto spaziale sovietico, sempre che non fosse, allo stesso tempo, perseguitato da scrupoli di coscienza che gli istillano il dubbio cardinale che anima questo terzo lungometraggio di Aleksej German Jr. Ha senso sacrificare la vita di alcuni giovani per un fine superiore, mettere a repentaglio delle esistenze singole ed “elette” per l’interesse nazionale? Detto in altre parole: è giusto annullare l’individualità, con i suoi diritti base all’autodifesa e all’integrità fisica per privilegiare obiettivi collettivi e aspirazioni superiori? In filigrana in questo dilemma è forse leggibile anche lo schema oppositivo dei regimi di socialismo reale, quello che fa anteporre il corpo collettivo della classe rivoluzionaria al destino “individualista” e borghese del singolo. German è un habituè alla Mostra: qualche anno fa ha presentato il suo esordio sulla lunga distanza in una sezione collaterale, L’ultimo treno, stupendo per la sua capacità di dominare l’interazione fra gli sterminati spazi russi e le piccole figure di soldati e dottori cui è dedicata la vicenda; poi ha fatto il grande salto, finendo dritto nel concorso principale con Garpastum, a dire il vero non compattissima opera ispirata ad un gruppo di giovani appassionati di calcio (il titolo, russizzato, è il termine che nell’antichità classica si usava per questo sport), che però sono costretti a maturare di colpo con l’affacciarsi prepotente della Grande Guerra; ora il regista moscovita torna a dedicarsi alla figura di un medico (un dottore era anche protagonista de L’ultimo treno), fatto dovuto anche alla tradizione familiare: infatti, se risaliamo l’albero genealogico del nostro, e oltrepassiamo il padre, German senior, rappresentante ed icona del cinema russo d’autore, ritroviamo un nonno scrittore che aveva dedicato una trilogia alla figura di un dottore preso da vari dubbi esistenziali. Affascinato da questa fonte di ispirazione dovuta a nonno Jurij, e ad una interpretazione meno ostica dell’autorialità rispetto all’omonimo padre (autore non sempre digeribilissimo in verità, Il mio amico Ivan Lapshin, Khroustaliov, ma voiture), il buon Aleksej junior si permette di giocare con lo spettatore, proponendo sì un medico dolorante e quasi bergmaniano, ma facendolo rivolgere con un divertito sguardo in macchina verso lo spettatore (sintomatico un primo piano in cui Daniil si “rivolge al pubblico” inforcando un binocolo, quasi volendo trapassare a forza lo schermo di proiezione), oppure rendendolo protagonista di scenette farsesche piuttosto gustose, che alleggeriscono la tensione emotiva ed agevolano una fruizione cinematografica altrimenti a tratti laboriosa. L’autore, ha davanti un compito non facile, quello di barcamenarsi e trovare una media aurea fra il cinema antinarrativo e a tratti ostico dei suoi padri veri o putativi (la generazione della Muratova, di Sokurov e di German padre per intenderci) e quello un po’ più appetibile alle masse dei nuovi autori russi: sembra, questo Soldato di carta (titolo ispirato alla canzone di un cantautore sovietico fra i più popolari, Bulat Okudzhava), il frutto di un compromesso fra il cinema del disgelo degli anni Sessanta aggiornato ai nostri tempi menefreghisti e disimpegnati, e quello più ammiccante dei registi russi di oggi da esportazione (Lungin, Bodrov, Michalkov). Il tema principe dell’"eliminazione dei residui dello stalinismo", termine chiave del XX e ancor di più del XXII congresso del PCUS khruscjoviano è in realtà affrontato con una didascalicità che lascia a volte delusi: frequenti sono i riferimenti ai delitti stalinisti, ai genitori veri finiti nei lager o alla figura dispotica e insidiosa del “piccolo padre”, qui sbeffeggiato in una rappresentazione kitsch da ritratto-soprammobile. Ma il tutto sembra quasi essere un omaggio obbligato, e non un tema sentito. German fin dal primo suo film ha dimostrato di essere un equilibrato virtuoso del piano sequenza e del montaggio interno; qui riesce anche a permettersi l’osservazione ironica o la sequenza beffarda (aiutato dalla complice coppia di protagonisti Ninidze-Khamatova, già vista nel bel Luna papa di Khudojnazarov). Una sforbiciata ai dialoghi, a tratti ossessivi, non avrebbe forse nuociuto, ma questo rimane comunque un film d’arte e non di commercio, testimone della vivacità espressiva del cinema russo. Annotazione di politica attuale: il protagonista è georgiano, e le quiete visioni d’oltretomba che ha della famiglia sterminata da Stalin (altro georgiano, per chi non lo ricordasse) per nome del potere sovietico e di una demoniaca interpretazione dell’autorità statale offrono più di qualche spunto di riflessione. Chissà se Putin gradirà la visione. Titolo originale: Bumažnyj soldat Nazione: Russia Anno: 2008 Durata: 116’ Regia: Aleksey German Jr. Cast: Chulpan Khamatova, Merab Ninidze, Anastasya Shevelyova Data di uscita: Venezia 2008
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