Buon Otello in Fenice per l’apertura dell’anno verdiano

Cast di livello e conduzione orchestrale muscolare di Myung Wung-Chung

Nell’imminenza della ricorrenza verdiana e wagneriana, la Fenice mette in scena un sublime Otello, penultima opera di Giuseppe Verdi e spesso indicata come la composizione più matura del grande maestro. La prima dell’Otello, avvenuta nel 1887 alla Scala, seguiva di ben 16 anni Aida e segnando una lunga pausa di riflessione del compositore, fino ad allora assai prolifico. Il ritorno alla lirica di Verdi fu infatti dovuto a un’abile macchinazione dell’editore Ricordi, deciso a far collaborare lo scapigliato Arrigo Boito con il maestro di Roncolo di Busseto, nonostante lo scrittore lo avesse pesantemente criticato vent’anni addietro. L’operazione funzionò grazie all’esca della trasposizione dell’Othello shakespeariano operata da Boito, poiché il grande drammaturgo inglese aveva da sempre affascinato Verdi. Nacque così in gran segreto un’opera – vissuta come un incredibile evento in tutta Europa – aperta al verismo, debitrice in parte delle novità wagneriane e capace di esaltare la drammaturgia del testo di Shakespeare.

La regia di Francesco Michelli e le scenografie di Edoardo Sanchi collocano la vicenda del moro di Venezia in una Cipro musulmana proiettata in epoca di colonizzazione napoleonica. Sullo sfondo e sull’unica stanza in scena – trasformata ora in alcova, ora in salotto turco – dominano mappe delle costellazioni stellari, richiamo esplicito alla collocazione marinara della storia, ma che suggerisce anche una sorta di ineluttabile predestinazione della tragica vicenda. Lentamente avvelenato dalla gelosia instillata dal perfido Jago, Otello marcia senza freni incontro alla rovina propria e della fedele sposa. La scena di apertura dell’opera, dominata dalla battaglia e dalla tempesta in mare, è resa in maniera sublime con l’intervento dell’intero coro in scena e decine di piccoli velieri agitati in aria. Altrettanto convincente è la scena dell’ubriacatura di Cassio, spinti sui lettini militari fra il popolo cipriota in festa. Interessanti gli interventi di alcuni demoni neri che attorniano talvolta il diabolico Jago, altre invece l’irato Otello preda della sua gelosia. Per il resto, la regia rimane assai statica e si rivela discutibile sul finale, quando una Desdemona rediviva passa il pugnale a Otello.

Per entrambi i cast in scena la Fenice sceglie un livello davvero molto buono, fra cui spiccano senza dubbio Dimitri Platanias come Jago e Carmela Remigio nel ruolo di Desdemona. Il baritono greco è ormai un habitué della Fenice e convince il pubblico veneziano nella sua interpretazione del diabolico consigliere di Otello. Platanias possiede una voce adatta alla scrittura verdiana, capace di sostenere i frequenti spostamenti dalla zona grave a quella più acuta della voce baritonale. La soprano Remigio, invece, è capace d’incantare nella difficile sequenza al IV atto di “Canzon del Salce” e “Ave Maria”. I suoi pianissimi e i suoni filiati emozionano realmente dando voce alla rassegnazione della sposa fedele del moro. La conduzione orchestrale di Myung Wung-Chung – uno specialista del repertorio verdiano – è muscolare ed enfatica, adatta alla maestosità e drammaticità dell’opera. Talvolta, però, l’orchestra finisce per sovrastare le voci dei cantanti. Molto buona la prestazione del coro.

direttore: Myung Wung-Chung
_ regia: Francesco Michelli
_ scene: Edoardo Sanchi
_ costumi: Silvia Aymonino
Otello: Gregory Kunde e Walter Fraccaro
_ Jago: Lucio Gallo e Dimitri Platanias
_ Cassio: Francesco Marsiglia
_ Desdemona: Leah Crocetto e Carmela Remigio
_ Emilia: Elisabetta Mortorana
_ Gilda: Ekaterina Siurina
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
_ Piccoli Cantori Veneziani