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CHIUDE IL MUSEO D’ARTE EROTICA DI VENEZIADopo soli 10 mesi finisce l’avventura della versione italiana del Musée de l’Erotisme di Parigi. E intanto a Pechino…di Chiara Gallina Più della morale potè il mercato: chiude per mancanza di incassi e di visitatori il primo museo dell’erotismo italiano, che aprì i battenti tra una nuvola di polemiche lo scorso 9 Febbraio. Passata la frenesia del carnevale e l’iniziale curiosità, l’iniziativa non è però mai riuscita ad imporsi al grande pubblico, e chiude ora mestamente i battenti, lasciando una Venezia un po’ più nebbiosa e abbastanza indifferente.
Anche il sito del museo è stato sospeso e nella sede di Calle dei Fabbri tutto sembra indicare una decisione irrevocabile e senza appello: il Museo chiude per mancanza di visitatori. Veneziani e turisti non sembrano quindi aver apprezzato l’idea, mutuata dall’omonimo Museo di Boulevard de Clichy a Parigi, che rappresenta ormai da tempo un’attrattiva di quella zona della capitale francese. Ma a quanto pare San Marco non è Pigalle, ed anche il tentativo di dare alle collezioni esposte un’identità il più possibile locale, con una sezione del museo interamente dedicata al tema “Venezia di Piacere” e una retrospettiva sul più erotomane dei veneziani, Tinto Brass, non ha sortito i risultati sperati. In ogni caso la notizia della chiusura stupisce non poco: oltre al già citato esempio parigino, sono molti i templi dell’esposizione erotica sparsi in Europa e nel mondo. Le cronache di questi giorni ci raccontano che a Pechino, nel cuore di una Cina ancora molto tradizionalista ed in cui la pubblica morale condiziona in modo netto la vita quotidiana, il locale Museo d’arte erotica ha dovuto chiudere a causa della folla dei visitatori “sovra-eccitati” che quotidianamente le prendeva d’assalto. I visitatori erano talmente tanti che, alla fine, la questione stava diventando un problema di ordine pubblico. Una diversità di destini che ci consente di porci qualche domanda interessante: a Pechino è nata una contagiosa passione dell’arte o si tratta piuttosto di innocue “pruderie” di un popolo che cerca di sfuggire alla solida cappa del regime? E nella città di Giacomo Casanova, del sommo poeta licenzioso Zorzi Alvise Baffo e delle celebri cortigiane come Veronica Franco, si è persa ogni traccia dell’antica inclinazione per le cose dell’Eros? Lasciando da parte ogni facile considerazione pseudo-sociologica sull’identità odierna della città dei Dogi, vittima di un inesorabile spopolamento e di un turismo di massa che richiede sempre di più un “prodotto” corrispondente alle proprie aspettative, facile da “digerire”, cercheremo di capire se dietro questa chiusura è possibile riconoscere qualche tendenza di fondo per il mondo dell’arte e per l’attività museale in generale. Innanzi tutto ci dice qualcosa che già sappiamo: che Venezia non si presta ad ospitare nuove imprese. La società francese che aveva finanziato il Museo (la stessa che ha in gestione il corrispondente parigino) ha dichiarato di aver abbandonato anche a causa dell’affitto troppo caro dei quattro piani di Palazzo Rota, uno spazio prestigioso di 700 metri quadrati poco distante da Piazza San Marco. Palazzo nel quale, e forse non è una coincidenza, era fallita in precedenza anche un’esposizione decisamente meno conturbante, dedicata ai merletti veneziani. Un’altra difficoltà denunciata dai gestori ha riguardato la pubblicità e la promozione del nuovo museo, che dopo l’attenzione inizialmente concessa anche dai media nazionali non si è mai riuscito ad inserirsi nel circuito museale della città. Probabilmente anche perché non tutti nel settore vedevano di buon occhio questa iniziativa, che veniva giudicata una trovata commerciale più che un’operazione culturale. Ma sono stati soprattutto i risultati di pubblico ad essere al di sotto delle aspettative, con soli 40.000 visitatori da febbraio ad oggi. E questo nonostante l’originalità dell’iniziativa ed il tocco di trasgressione regalato dall’ingresso vietato ai minori. In cosa hanno sbagliato quindi coloro che hanno creduto in quest’avventura e che invece non sono riusciti ad incontrare i gusti e gli interessi dei visitatori? Sicuramente i motivi sono molti, non da ultimi quelli economici, con i quali qualsiasi museo privato deve fare i conti i maniera spietata. Ma dato che gli intenti dichiarati erano quelli di “tornare a far vivere Venezia mostrando al mondo quella vita frizzante e trasgressiva che l’aveva contraddistinta nei secoli passati” forse c’era qualcosa di sbagliato anche nei presupposti. Forse esiste ancora nell’immaginario collettivo il fascino oscuro e sensuale della città che fu definita da Apollinaire “sexe femelle de l’Europe” o forse i turisti d’oggi sono così distratti da non lasciarsi più sedurre dalla sua elegante immoralità.
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