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Cannes. Un bilancio di metà FestivalLe "pagelle" dei film in concorsodi Giorgio Lazzari Arrivati a metà Festival si può già trarre un piccolo bilancio di questa 62esima edizione. Prima di tutto c’è da dire che la ventilata crisi ha colpito molto marginalmente la manifestazione. E’ vero, ci sono meno compratori, ma la copertura mediatica, l’affluenza di star hollywoodiane e l’attenzione che Cannes riesce a focalizzare su di sé sono elementi rimasti praticamente inalterati. Venendo ai film in concorso, fino a questo momento sono mancate le vere sorprese, o per meglio dire, è mancato per ora il film che veramente facesse la differenza. I grandi registi presenti sulla Croisette si sono per ora tenuti lontani dallo sperimentare nuovi linguaggi cinematografici, proponendo, chi più chi meno, tematiche che avevano già affrontato in precedenza. Ma che questa edizione fosse contraddistinta dal fatto di essere piuttosto “conservatrice” già lo si sapeva, data l’assenza tra l’altro di opere prime in concorso, oltre che di cinematografie emergenti. Partendo dagli aspetti negativi, delude per ora il cinema orientale. Gli amori omosessuali espliciti di Spring Fever di Lou Ye hanno colpito ben poco la critica. Indifferenza anche nei confronti del film di Johnnie To, nonostante l’amatissimo protagonista. Convince un po’ di più l’horror vampiresco Thirst di Park Chan-wook, senza però suscitare grossi entusiasmi. Non viene premiato neppure il coraggio di Brillante Mendoza in Kinatay, forse quello che ha sperimentato di più finora con una pellicola con due anime. Von Trier come al solito divide, ma il suo Antichrist non pare proprio il miglior candidato alla Palma D’Oro finale. Due invece i film che fino a questo momento sono riusciti a conquistare un consenso generalizzato, ovvero la pellicola di Jane Campion Bright Star, che non ha mancato di emozionare, seppur sia una rappresentazione un po’ fredda di una storia romantica, e la durezza della vita carceraria che Jacques Audiard è stato in grado di rappresentare nel suo applauditissimo Un Prophète. Convince infine anche Ken Loach con la commedia esistenziale Looking for Eric, tra le opere più divertenti ed intelligenti presentate quest’anno in concorso. In attesa di mostri sacri come Tarantino, Haneke, Tsai Ming-liang, Almodovar e soprattutto del grande ritorno a Cannes, dopo ben ventinove anni di assenza, di Alain Resnais, un evente nell’evento, vedremo se arriveranno delle belle sorprese da parte di registi meno sulla cresta dell’onda, come l’italiano Marco Bellocchio e il suo Vincere. Foto a cura di Giorgio Lazzari Copyright © NonSoloCinema.com - Giorgio Lazzari
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