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"Capitalism: a love Story" alla 66. Mostra del Cinema di VeneziaIl ritorno di Michael Mooredi Luca Adami Il documentarista statunitense più controverso degli ultimi anni ritorna sul grande schermo con una pellicola che si prevede distruggerà nuovamente le speranze di molte generazioni: non un luogo comune, ma un’attenta analisi sulla crisi economica.
Michael Moore non si dà pace: dopo essere diventato uno dei più famosi e controversi documentaristi americani con il film Bowling a Columbine (vincitore del premio Oscar nel 2003), essersi confermato nel ruolo con ottime produzioni come Fahreneith 9/11 (una forte denuncia nei confronti dell’intera famiglia Bush, legata alle potenze saudite ed allo stesso Bin Laden) e aver condannato la sanità statunitense con Sicko (dimostrando che essa è completamente legata alle società private di assicurazione medica), ora il regista-del-popolo si lancia in una nuova impresa andando a confrontarsi direttamente con la radice dei problemi analizzati nei precedenti lavori. Il nuovo documentario, già preannunciato a maggio scorso, ha tutta l’aria di una storia d’amore ironica, raccontata con la consueta sagacia e la bontà d’animo necessaria per stare a guardare tutto ciò che accade senza muovere un dito. La produzione avverrà grazie all’ausilio di due case, la Paramount Vantage e Overture Films, e la pellicola viene auto-definita dall’autore come una “Satira attenta sulla disonestà delle corporazioni politiche americane.” Il titolo di questa nuova opera sarà: Capitalism: A Love Story. Certo non si può dire che Michael Moore non abbia il senso del comico, quando lui stesso ne ironizza la trama come “un perfetto film sentimentale, che contiene tutti gli ingredienti delle più belle love-story: lussuria, passione, romanticismo e 14mila lavoratori licenziati ogni giorno.” Continua il regista, con spietato sarcasmo: “E’ un amore proibito, che non osa pronunciare il suo nome: è il capitalismo.” La pellicola sarà completamente concentrata sull’impatto tremendo delle lobby internazionali, detentrici di società e conti alle Cayman, in riferimento al sistema economico mondiale. Moore cercherà di dimostrare come queste super-potenze nemmeno troppo nascoste abbiano un ruolo preponderante nella vita stessa dei cittadini statunitensi e del resto del globo. La loro corsa all’inseguimento del guadagno, del profitto sempre e comunque, che effetto avrà sulle persone comuni? La crisi finanziaria che in questo periodo sta colpendo gli Stati Uniti in particolare (ed il resto del mondo, in generale) può dipendere dal periodo di transizione fra l’amministrazione di George W. Bush e quella dell’attuale presidente Barack Obama? Michael Moore ha annunciato che il film uscirà negli Stati Uniti il 2 ottobre prossimo e si prospetta un nuovo boccone amaro da buttare giù. Nonostante le critiche che alcuni spettatori hanno mosso al pungente regista, tutti attendono con attesa la prossima coltellata di Moore al sistema americano. Ma quali sono le critiche? Alcuni, la maggior parte dei suoi sobillatori antagonisti, sostengono che il regista muova la sua carriera sui luoghi comuni: prima la violenza dei giovani, poi le elezioni americane, poi la sanità… questi, secondo gli oppositori, sono tutti argomenti che già in precedenza sono riconosciuti come malfunzionanti. E Michael Moore, sicuramente, non fornisce una soluzione. Rapportando l’intera questione come fossimo in Italia, per chiarirla meglio, sarebbe come condannare un documentario su Berlusconi perché, alla luce dei fatti avvenuti, nulla potrebbe essere cambiato dalla situazione odierna. Non sembra un buon motivo… Tra l’altro, la presenza di Capitalism: A Love Story in concorso al prossimo Festival di Venezia conferma Moore come regista di calibro e del tutto a suo agio pur in mezzo ai fuochi contrari. Qualunque possa essere l’accusa, il regista statunitense risponde sempre con una frase prefabbricata, ottima per l’occasione: “Mi sono reso conto che i ricchi hanno deciso che non erano ricchi abbastanza. Volevano di più, sempre di più. E così hanno deciso di privare i cittadini americani dei loro faticosi risparmi. Ho deciso di scoprire perché lo hanno fatto…”
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