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"Con Flaiano e Fellini a via Veneto. Dalla Dolce vita alla Roma di oggi" di Giovanni Russodi Chiara Lostaglio Una generazione di persone colte, di artisti e creativi si riuniva soprattutto d’estate al caffé Rosati, dove convenivano pure giornalisti, gente di cinema, scrittori, e d’inverno da Canova, dall’altra parte della Piazza. Il ricordo affiora nelle pagine di Giovanni Russo in questo suo ultimo libro (edito da Rubettino) che, più che di memorie, sembra un taccuino di note e curiosità, come nel suo stile, del resto.
Lo scrittore legatissimo alla Basilicata. ha immediatamente aderito alla candidatura di Monticchio e dell’Abbazia di San Michele quale patrimonio dell’UNESCO. Era infatti presente alla presentazione del documentario Vultour, presentato da Armando Lostaglio alla 65. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Tornando al suo ultimo libro, e partendo da una visione del tutto personale, Russo ricostruisce tutto un mondo, reale eppure evanescente come in una pellicola. L’autore riesce ad intrecciare le battute di Ennio Flaiano e le vignette di Amerigo Bartoli con la vivacità politica e sociale del momento, l’entusiasmo, ed anche certe delusioni. Al contrario del titolo del libro, Russo evita di fare soltanto del semplice colore, ma restituisce il senso di una società intellettuale letteraria e persino giornalistica ormai perduta e che non poteva essere scissa dalla realtà che la circondava. A questo aggiunge la propria curiosità, quella del giovane arrivato dalla provincia e accolto ai tavoli di Cesaretto con Bassani e Malaparte, con Guttuso e Petroni, con Maccari e Soldati e altri nomi di spicco, Fellini e Flaiano appunto. A partire dai suoi primi scritti sul "Mondo" e, successivamente come inviato speciale del "Corriere della sera", Giovanni Russo racconta con particolare predilezione i problemi sociali e civili della società meridionale. Si ritrovano, infatti, nei suoi libri i temi della civiltà contadina, delle lotte per la riforma agraria e per l’occupazione delle terre, la Napoli del contrabbando, l’emigrazione in Germania, in Svizzera e Belgio, la difficile integrazione dei meridionali a Torino e le novità dell’industrializzazione nel Mezzogiorno. Giovanni Russo è salernitano di nascita (un po’ lucano di adozione) e vive a Roma. Di grande interesse sono le pubblicazioni come Baroni e contadini (1955, Premio Viareggio), L’Italia dei poveri (1958), L’atomo e la Bibbia (1963), Chi ha più santi in Paradiso (1964), Università anno zero (1966), II fantasma tecnologico (1968), I bambini dell’obbligo (1971), I figli del Sud (1974, Premio Basilicata), Terremoto (1981), II paese di Carlo Levi (1985, Premio Basilicata), e via via Lettera a Carlo Levi e Le olive verdi (2001), I cugini di New York (2003). Per il giornalismo ha vinto tra l’altro il Premio Marzotto 1965 e il Premio Pannunzio 1991. Intenso il rapporto con il mondo contadino e, in particolare con Carlo Levi di cui Russo aveva difeso il celeberrimo Cristo si è fermato ad Eboli dalle critiche della borghesia lucana che considerava quel volume offensivo per il Sud. Proprio l’amicizia con il medico e scrittore torinese, confinato ad Aliano durante il fascismo, portò nel 1949 Giovanni Russo al periodico di Mario Pannunzio, “Il Mondo”, dove rimase fino al 1966 e per il quale realizzò importanti reportage tra i quali è stato ricordato quello bellissimo dal titolo “Il paese degli americani” che dedicò proprio alla natia Padula, nel Salernitano, Lucania antica. E proprio con un nutrito gruppo di giovani lucani, dopo il 25 aprile del 1943, Russo è tra i fondatori del Partito d’Azione “A Potenza e non a Roma”, una terza forza di sinistra che polemizzava con la struttura dittatoriale del comunismo russo. Giovanni Russo, Con Flaiano e Fellini a via Veneto. Dalla «Dolce vita» alla Roma di oggi, Rubbettino, 2005, pp. 208, € 14,00.
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