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Convegno "Fenomenale Betty!"Fenomenologia di una bruttina di successo al Roma Fiction Festdi Serena D’Urbano Tutti la conoscono come Ugly Betty grazie al popolare volto della simpaticissima attrice americana America Ferrera nella serie televisiva prodotta da Salma Hayek e distribuita a livello internazionale da Walt Disney – ABC. In realtà la storia di Betty La Fea inizia quasi dieci anni fa in Colombia grazie alla geniale penna di Fernando Gaitan, considerato da molti il Neil Simon del Sudamerica.
Si è svolto al Roma Fiction Fest, alla presenza di numerosi ospiti in sala - moderati da Marco Spagnoli, membro del comitato esperti RFF - un interessante convegno avente per oggetto cronistoria e fenomenologia di una delle serie televisive culto del nuovo millennio. Il primo ospite a prendere la parola è naturalmente Fernando Gaitan. Il papà di Betty racconta di come sia maturata nel tempo l’idea di una fiction che contrappone il glamour, la bellezza e la moda alla quotidianità di chi osserva questo stesso mondo da dietro una scrivania. Gli esperti – spiega Gaitan - hanno fornito numerose esegesi della serie e individuato, infine, tre possibili ragioni in grado di spiegare un tale successo internazionale: l’universalità del sentimento femminile, che va al di là degli specifici ingredienti culturali apportati da ciascuna versione; l’ironia di un format che ha saputo superare la connotazione locale dell’elemento comico (se tutti soffriamo allo stesso modo, ciascuna cultura ha un suo modo di ridere…); il realismo e la verosimiglianza degli eventi narrati. Ma le ragioni che spingono Gaitan a dare alla luce un simile progetto toccano da vicino anche l’identità stessa del suo Paese, la Colombia. Personaggi come Betty, al pari di Shakira, Marquez e Botero sono, secondo Gaitan, rappresentanti della cultura nazional-popolare e ambasciatori di valori positivi che riscattano l’immagine della sua terra: perché la Colombia è sì afflitta da mali endemici come la violenza, la guerriglia e il narcotraffico, ma è anche un Paese solare, pieno di vita, di poesia e di colori. Secondo il critico Fabrizio Rondolino la forza di questo format è nella capacità di raccontare una “fiaba realista” attraverso archetipi stranoti al pubblico internazionale. Betty si presenta in qualche modo come una rilettura pop del Brutto Anatroccolo: è il trionfo del contenuto sul contenitore, della forma sulla sostanza, raccontato attraverso il “re” dei contenitori: lo schermo televisivo. Intervengono, a questo punto, due delle sedici attrici che, in tutto il mondo, hanno dato un volto unico e singolare alla giovane e timida segretaria occhialuta. Angeliki Daliani (la Betty greca) parla del suo personaggio come di una moderna Cenerentola che trasmette speranza a chi come lei sogna di farcela, desiderando essere un po’ meno “invisibile”… Tutti, dunque, simpatizzano per Betty perché, a detta di Nyncke Beekhuizen (protagonista della versione olandese), è una che non molla mai, che non si tira indietro di fronte alle difficoltà della vita, ma lotta per affermare i propri ideali. Molte donne possono identificarsi in lei e nel suo obiettivo: essere vista semplicemente per quella che è, al di là di ogni maschera e delle frivole apparenze. Alberto Carullo – Direttore Generale Telecinco (Spagna) – ha raccontato poi le difficoltà sorte nell’adattamento di un prodotto che aveva già riscosso un enorme successo in Spagna nella sua versione originale. Il processo di localizzazione del format colombiano Betty la Fea in Yo soy Bea, in questo senso, è stato particolarmente arduo, proprio perché la storia era già nota al pubblico (che aveva avuto modo di apprezzare le vicende della bruttina su Antena Tres) e, in più, si trattava di un successo televisivo assolutamente recente. Una grande sfida, dunque, che ha consentito di calare nella realtà spagnola quello stesso senso di inadeguatezza, vulnerabilità, insufficienza di autostima e incapacità di sentirsi all’altezza delle situazioni: sentimenti che caratterizzano il personaggio di Betty, accanto però al coraggio, a una grande forza interiore e ad un humour invidiabili. Altrettanto difficile, ma per ragioni differenti, è stato l’adattamento di Betty per la Germania. Michael Esser, autore di Verliebt in Berlin, racconta con grande autoironia di come la cultura e il sentire tedesco siano lontani anni luce dalla solarità dell’America Latina. Quella di Betty appariva una storia decisamente troppo “larger than life” in un Paese in cui il massimo della fantasia viene affidato a personaggi di commissari, a suo dire realistici ai limiti della noia, come Derrick e Rex. Il Grande Fratello tedesco, inoltre, ha contribuito a diffondere un’immagine distorta del Paese: certe forme di reality non raccontano più la povertà della Germania, ma tendono ad annullare la percezione delle differenze sociali nel pubblico. Il personaggio di Betty, invece, ricorda in qualche modo agli spettatori a casa che ci sono ancora 6 milioni di disoccupati nel loro paese ma, al tempo stesso, non infonde in loro il classico atteggiamento pessimistico e autolesionista (secondo Esser, quando le cose vanno male i tedeschi tendono a pensare che andranno sempre peggio…). Betty, dunque, è portatrice di un messaggio di speranza: è una giovane donna che vuole farsi strada nella vita e, pur partendo senza alcun vantaggio, ha il coraggio di dire “c’è un posto per me nel mondo”. Il successo della versione tedesca, inoltre, è stato tale da guadagnarsi la distribuzione in altri due paesi europei: Ungheria e Francia. Dieter Debruyn – Amministratore Delegato Fremantle e produttore della Betty belga, rinominata localmente Sara – trova che il successo sia dovuto alla sceneggiatura di Gaitan: una scrittura che egli reputa estremamente brillante ed intelligente. Il format originale si iscrive, inoltre, all’interno di un genere che sembra suscitare un gradimento e un affetto particolare nel pubblico, trattandosi di una favola romantica che ha il sapore frizzante della commedia. Francesca Tauriello – Amministratore Delegato Walt Disney / ABC International Television – ha raccontato di come Steve McPherson abbia scelto questo format e chiesto di adattarlo per il prime time, cosa rarissima per una telenovela, soprattutto se appartenente a un genere ibrido come il dramedy (neologismo che nasce dalla contrazione/contaminazione dei due generi drama e comedy). Il convegno si è chiuso con l’intervento di Roberto Sessa, Amministratore Delegato Grundy Italia e con la domanda che tutti aspettavamo: come mai non abbiamo ancora una Betty italiana? L’assenza di una versione nostrana del fenomeno televisivo del momento suona ancora più singolare se si pensa che il GruppoGrundy, che ha adattato Yo soy Bea per Telecinco in Spagna, è lo stesso che ha lavorato all’adattamento del format australiano da cui ha avuto origine Un posto al sole. Sessa ha accennato, a questo proposito, ad una serie di proposte ricevute sia da Mediaset che da Rai Fiction ma, ovviamente, non ancora concretizzatesi. La Grundy ha 60 diversi trattamenti pronti che aspettano solo di venire alla luce a patto, però, che l’acquirente accetti di distribuire la serie non in prime time, ma in un fascia giornaliera come se si trattasse di un “diario quotidiano”. Infine Fernando Gaitan ha salutato il pubblico in sala, dichiarandosi orgoglioso del successo internazionale riscosso dalla sua adorabile “cozza”. La forma del franchising televisivo a volte può essere asfissiante, ha dichiarato Gaitan, soprattutto per chi svolge un lavoro creativo: per questa ragione egli ha lasciato massima libertà agli adattatori, regalando così ad un personaggio universale come Betty la Fea ben 16 volti diversi (e chissà quanti ancora…) che sono lo specchio di altrettante culture e sensibilità.
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