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DARIO ARGENTO CHIUDE LA TRILOGIA DELLE TRE MADRIUn pomeriggio sul set di "The mother of tears" nuovo film del regista di "Profondo rosso"di Carlo Dutto Una passeggiata per godersi il calore di un’ottobrata romana si trasforma in una piccola lezione di cinema nel suo compiersi: l’occasione è data dal set del nuovo film di Dario Argento, che chiude la trilogia delle Tre Madri iniziata 29 anni fa con il capolavoro "Suspiria". Tre ore di riprese in un clima tranquillo e sereno, tra turisti e curiosi che affollano uno dei ponti più belli della capitale.
Camminando per il centro di Roma ci si può spesso imbattere in camper-camerini, camion che trasportano vestiti di sartoria, altri con enormi generatori, chilometri di cavi e ogni sorta di materiale elettrico. Sul ponte degli Angeli di Roma, dirimpettaio del Castel Sant’Angelo e proprio a due passi dal Lungotevere Tor di Nona, dove nell’Ottocento il famigerato Mastro Titta diventava famoso con le sue esecuzioni capitali, non potevamo che incontrare un genio del male che porta il nome di Dario Argento. Il regista romano ha iniziato da meno di una settimana le riprese del suo nuovo lungometraggio, dopo le felici parentesi degli episodi brevi di Masters of Horror ( Jenifer e Pelts , che verrà presentato in anteprima al prossimo Torino Film Festival) e Ti piace Hitchcock?, uscito direttamente in dvd, che seguivano non riusciti lungometraggi come Nonhosonno e Il Cartaio . L’occasione è la chiusura del “triangolo” del Libro delle Tre Madri, la trilogia dell’Universo del Male che, come un Walt Disney crudele e perverso, è visto attraverso le tre streghe, folli, sataniche e senza appello Mater Suspiriorum, Mater Taenebrarum e Mater Lacrimarum le quali secondo il teorema del regista operano da tre dimore nel mondo: Friburgo, Roma e New York. Le prime due svolte in Suspiria (1977) e Inferno (1980), la terza è in via di realizzazione. Nel cast la musa di un tempo, Daria Nicolodi, quindi protagonista l’onnipresente figlia Asia. Sul ponte degli Angeli, in un caldo pomeriggio del 26 ottobre, tra curiosi che lo riconoscono e turisti che sulla fiducia scattano fotografie a profusione, ecco comparire il fisico esile di Mastro Dario, una camicia chiara con i polsini aperti, troppo lunga, e un paio di jeans indossati alla male-peggio. Le parole sono di fuoco per gli assistenti e la troupe, l’attesa dell’attrice per la scena del giorno si fa sempre più lunga e la pazienza ne risente, ma il nervosismo ha vita breve. All’altezza della metà del ponte gli attrezzisti hanno preparato con precisione certosina i circa quindici metri di rotaie per una carrellata laterale. Un leggero movimento di macchina con lento dolly in ascesa segue la passeggiata dell’attrice, una comparsa vestita di un nero vedovile che cammina spingendo un passeggino. Il bambino nel passeggino piange, lei lo alza e lo guarda, il Borgo Santo Spirito dietro, fuori fuoco, il Tevere sembra fermo e lontano. Lo stacco per i primi piani con macchina da presa su un corto carrello e l’uso della macchina a mano per i dettagli, permettono di cambiare il bambino con un pupazzo animatronic, opera del genio di Sergio Stivaletti, presente sul set in maglietta e camicia nera, capelli brizzolati lunghi ordinati in un corto codino, silenziosamente supervisore alla scena e all’utilizzo della sua creatura. Un pupazzo con l’infernale smorfia di un grido impressa nel volto, le gambe e le braccia si muovono elettronicamente, simulando un sussulto. L’ultimo, vista la sequenza: la madre disperata getterà infatti il bambino nel Tevere e girandosi verso la macchina da presa, scoppierà in lacrime, mentre la macchina a mano seguirà morbosamente la caduta del bambino-pupazzo nelle bionde acque del fiume. Ci vorranno sei pupazzi, usati per la scena e lasciati inghiottire dalle acque, per far fermare le riprese, un ultimo ciak e la luce del crepuscolo prende il sopravvento, come già preannuncia un nervoso e carico direttore della fotografia, che chiede a gran voce un N6. Argento, senza il walkie talkie, corre per il set, facendosi largo tra attrezzature, troupe e curiosi, per dirigere gli ultimi ritocchi all’interprete, segnalare leggeri cambiamenti di movimenti di macchina, urlare gli errori visti nel piccolo monitor. Uno sforzo fisico non indifferente, una responsabilità che ormai gestisce con polso saldo e creativo. Si respira una insolita serenità, per essere un set cinematografico, grazie al serafico Argento l’aria è distesa anche dopo molti, identici ciak, si scherza e non si trattano male i curiosi, che pure si accalcano numerosi e rumorosi intorno alle attrezzature e dietro la director’s chair. Fans e non solo attendono trepidanti The mother of tears (il titolo di lavorazione), l’ultimo episodio dell’infernal-trilogia, un’attesa in fieri, mentre tra qualche giorno la produzione volerà a Torino per girare la maggior parte delle riprese.
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