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DAVID LYNCH IN MOSTRAThe air is on firedi Carla Mancini Dal 3 Marzo al 27 Maggio, la Fondazione Cartier per l’arte contemporanea ospita la mostra curata dal regista americano David Lynch.
Dopo “Voyage(s) en utopie” di Jean Luc Godard al Centro Geroges Pompidou e “L’Ile et Elle” di Agnès Varda alla Fondazione Cartier, Parigi mette di nuovo in mostra un regista di cinema; non solo come cineasta. David Lynch si espone come artista plastico, proponendo ai molteplici visitatori della sua “esposizione” quadri, fotografie, disegni, film sperimentali e creazioni sonore. La varietà e l’ecletticità dell’artista vengono, quindi, a sovrapporsi al mito comune del creatore dell’immagine in movimento. Lo scorrere della pellicola si arresta, si colora, si decolora, si dipinge di china, di lapis, di pittura ad olio, a tempera, si arricchisce di oggetti quotidiani. Ed è di un’esposizione di natura particolare che si fa autore Lynch: non una mostra sul cinema, ma una mostra di arte moderna, con istallazioni, assemblaggi di elementi che liberano la definizione classica di opera, realizzata però da un cineasta. L’esposizione di Lynch e su Lynch nasce sulla base di molteplici livelli. Si divide concretamente in due piani, quelli del bellissimo edificio della Fondazione Cartier pour l’art contemporain, il primo dedicato ai grandi quadri e agli appunti di viaggio, il secondo ai cortometraggi e alle fotografie; aggiunge, inoltre, al livello dell’esposizione permanente, quello costituito da alcune serate “nomadi” in cui poter assistere sia alle proiezioni di opere sconosciute al grande pubblico di ammiratori del regista, sia ai concerti delle Au Revoir Simone da lui scoperte, e del Barry Adamson compositore della soundtrack di Lost Highways (Strade perdute). Tali livelli non sono, però, una pista di lettura per tale mostra: nessun ordine cronologico, nessuna didascalia guida il visitatore in un percorso specifico, condizionando la sua lettura delle opere e dell’esposizione. Alla Fondazione Cartier Lynch mostra la natura di un artista che, prima di divenire regista, era essenzialmente plastico. Formatosi in una scuola di Belle Arti, emigrò successivamente verso il mondo del cinema nella volontà di produrre pitture animate. Fu sufficiente una cinepresa 16 mm ed una sala buia e Lynch poté mostrare la sua idea di uno schermo scolpito dove poter proiettare le immagini. Da allora utilizzò la cinepresa come una caméra-stylo, lasciando tuttavia in evidenza la sua provenienza dal mondo delle Belle Arti. Rimpiangendo, però, di non essere mai la mano dell’operatore che guida la cinepresa nei suoi set, Lynch si è lentamente allontanato dagli standard del cinema americano, sfogando le sue frustrazioni nella pittura, nella fotografia, nel disegno su qualsiasi tipo di supporto esso possa essere fatto. Di queste materie si compone la sua mostra, ora che l’artista ha ritrovato la via delle immagini in movimento grazie agli sviluppi del digitale, coronati dal suo nuovo INLAND EMPIRE. Strutture in acciaio coperte di tende sono il supporto delle pitture esposte; il visitatore della mostra si trova, così, immerso nello spazio dell’opera e inglobato nella scena delle rappresentazioni lynchiane. Figure a grandezza umana le abitano, con vesti ed oggetti reali, e frammenti di dialogo escono dalle loro bocche, interpellando lo spettatore con domande quali “Vuoi conoscere il fondo dei miei pensieri?” o “Ho il diritto di sognare, o no?”. Disegni e schizzi in grande quantità animano le mura del piano terra della Fondazione Cartier: estratti dal quaderno di appunti del regista, tenuto sin dai primi anni dell’adolescenza e perenne fonte d’ispirazione per le future creazioni. I supporti sono tra i più vari: post it, tovaglie di carta, pagine strappate da chissà dove. Il tutto musicato dalle note di un’installazione sonora concepita specialmente per The air is on the fire. Il nero e bianco prendono il sopravvento sul colore delle pitture quando, scendendo di un piano, l’esposizione si anima delle impressioni del Lynch prolifico fotografo. Prevalgono le donne fatali, i paesaggi industriali e i nudi. Quest’ultimi, grazie alle meraviglie del digitale, assumono le forme più inconsuete nei fotomontaggi delle collezioni erotiche di Uwe Schedi. Corpi amputati, decapitati, sovrapposti e sfocati. Due ricostruzioni portano, infine, Lynch nel mondo delle tre dimensioni: nella prima troviamo una stanza da lui interamente disegnata, con le sue false prospettive e i suoi colori saturati; la seconda ci porta in una sala cinematografica, la stessa che funse da scenografia alla sua opera prima, Eraserhead. In quest’ultima è possibile vedere scorrere davanti ai propri occhi più di un’ora di cortometraggi, tra i primi Six Men Getting Sick (1967), The Alphabet (1968) e The Grandmother (1970),e i più recenti 8 episodi del cartone animato Dumbland e quelli sperimentali destinati alla pubblicazione sul sito internet dell’artista. David Lych - The air is on fire Fondazione Cartier per l’arte Contemporanea - Parigi Dal 3 Marzo al 27 Maggio
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