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"DIARIO DI SCUOLA" di Daniel PennacI ricordi di un “somaro” come altridi Alessandro Rosanò “Insomma, andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei maestri. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo (Evviva!)”. Parole come queste non avrebbero di per sé niente di eccezionale, potrebbero essere state pronunciate da uno studente svogliato qualunque, se non fosse che lo studente svogliato in questione risponde al nome di Daniel Pennac.
Diario di scuola. Non si tratta di un nuovo episodio della saga che ha reso famoso il romanziere francese a partire dalla seconda metà degli anni ’80, quella dei Malaussène: Benjamin e i suoi parenti, i protagonisti di sei romanzi da Il paradiso degli orchi del 1985 fino al recente Ultime notizie dalla famiglia, lasciano spazio a Daniel e alla famiglia Pennacchioni (Pennac è un nome d’arte). La prima e la seconda parte, soprattutto, sono dedicate a ripercorrere le vicissitudini scolastiche dello scrittore e la sorpresa è grande nello scoprire che uno dei narratori più apprezzati del nostro tempo, professore amato dai suoi studenti, da giovane rientrava nella categoria dei “somari”. Non che si sforzasse particolarmente di abbandonare quello status, ma quando lo faceva comunque non era in grado di assimilare nulla dai libri, la lezione ripassata la sera prima era scomparsa la mattina dopo, gli appunti che prendeva sui quaderni si trasformavano in strani personaggi che iniziavano a rincorrersi per la pagina, a cadere, a pescare. Sembra che gli fu necessario un anno per imparare la lettera A e da ciò il commento del padre: “Niente paura, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto”. Fino all’incontro con tre o quattro insegnanti che lo salvano. In particolar modo, Daniel Pennac ne ricorda due delle superiori: uno, di lettere, che lo incaricò di scrivere un romanzo (la prima opera, della quale lo scrittore non conserva memoria, perché tra i tanti difetti che si riconosce vi è anche la smemoratezza), l’altro, di matematica, che era addirittura capace di calare i suoi studenti in quella scienza, non solo somministrarla come una medicina amara. Ma il papà di Messieurs les enfants non si ferma qui, perché Diario di scuola non è una semplice autobiografia. E’ al tempo stesso la biografia di qualunque “somaro” e un saggio sull’insegnamento. Quindi Pennac, divenuto professore, si confronta con quegli studenti nei quali rivede se stesso, quelli che, di fronte all’ennesimo brutto voto, si sentono ripetere (dai genitori, da altri prof): “Ma allora lo fai apposta” e si convincono che non riusciranno mai a raggiungere la sufficienza. Non sono loro a doversi alzare al livello del docente, è il docente che deve andarli a prendere nelle loro difficoltà, innalzandoli al confronto con i grandi della letteratura, riuscendo ad appassionarli perfino con una lezione di grammatica, basata su una frase usata spesso da questi ragazzi: “Non ci arriverò mai, prof”. E alla fine, Pennac si rende conto di come sia possibile arrivare a provare qualcosa per quegli studenti. Amore? Non proprio, meglio dire un sentimento dai contorni indefiniti nel quale si manifesta la missione dell’insegnante: “Una rondine tramortita è una rondine da rianimare, punto e basta”. Daniel Pennac, Diario di scuola, Feltrinelli, 2008, 241 pagine, 16 €.
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