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Torino 26 "DIXIA DE TIANKONG (IL POZZO)" DI ZHANG CHIStorie di famigliadi Nicola Cupperi In un’imprecisata piccola cittadina mineraria cinese vive la famiglia Ding, padre, figlia maggiore e figlio minore. Il padre da tutta una vita lavora in miniera e finalmente, a pochi anni dalla pensione, ha ottenuto uno dei pochissimi lavori in superficie. Anche la bella figlia lavora in miniera, dove consegna le torce agli operai che iniziano il turno, fra i quali figura anche il suo amato fidanzato. Il fratello minore, invece, frequenta ancora una delle scuole superiori della zona.
Il film, diviso in tre distinti episodi, narra le vicende dei membri della famiglia Ding separatamente, e in modo tale che le vicende raccontate nelle diverse storie non si incrocino se non in maniera superficiale. Dapprima la narrazione si concentra sulla figlia, in quello che è anche l’episodio più breve. La giovane ragazza vive con sofferenza il suo lavoro in miniera e la sua vita nell’alquanto squallido villaggio. Con la sua bellezza potebbe in qualsiasi momento decidere di trasferirsi in città e trovarsi un nuovo e migliore impiego; ciò che le impedisce di prendere la fatidica decisione è l’amore per il ragazzo con cui sta insieme da molti anni. Al contempo il giovanotto non ha alcuna intenzione di trasferirsi in città, dacchè l’unico lavoro che conosce è quello del minatore. La decisione della giovane sarà molto sofferta ma allostesso tempo liberatoria. Nell’episodio più lungo e articolato del film si narra invece della vita del fratello minore, studente di facciata alle superiori e aspirante cantante senza talento. L’episodio si incentra sul concetto filosofico del tertium non datur: il giovane, infatti, non è nè intenzionato a studiare (pensa di non esserne capace), nè a fare domanda per un posto in miniera (spaventato dalle condizioni del padre dopo una vita di lavoro in quel luogo). Ma nel posto dove vive, appunto, tertium non datur, e per il ragazzo si prospettano momenti difficili. L’ultimo episodio, dedicato al vecchio padre, ormai andato in pensione, è sicuramente quello più amaro; l’anziano, infatti, come nella migliore tradizione sia cinematografica che reale cinese, una volta andato in pensione cade in depressione. Dopo aver meccanicamente svolto per tutta la vita un lavoro fisico e faticoso, l’improvvisa mancanza dello stesso lo svuota della ragion d’essere. Cercando di trovare un valido palliativo, l’uomo tenta di ritrovare in tutti i modi la madre dei suoi figli. Tempo addietro, infatti, comprò una giovane donna per 2000 yuan (una storia molto simile è stata raccontata in Still Life); la ragazza, dopo aver partorito i due figli, è stata rintracciata dalla famiglia e riportata a casa. Ora, dopo trent’anni, lo stanco uomo tenta con tutte le sue forze di ritrovarla. Zhang Chi, classe 1977, esordisce alla regia con un lungometraggio di cui cura anche il soggetto e la sceneggiatura. Il risultato è un film valido e onesto, con il solo grande difetto di avere scritto in fronte a caratteri cubitali "sono stato realizzato da un esordiente". In realtà il soggetto della pellicola è molto buono, dal momento che si propone di narrare in maniera non banale una storia, o meglio tre, interessanti e significative. Da apprezzare anche il coraggio di entrare nel raggio d’azione cinematografico di uno come Jia Zhang-Ke, da anni impegnato a rivelare, con uno stile unico e particolare, storie di questo tipo su tutto il territorio nazionale. Per questo, sicuramente, Zhang Chi è stato accomunato al compatriota sulle pagine del catalogo. In realtà oltre a una scelta comune di argomenti da trattare, scelta che si immagina praticamente d’obbligo in questo momento storico in Cina, i due autori di per sè divergono in maniera netta l’uno dall’altro. Mentre Jia, ormai da alcuni anni, è sempre più addentro al tentativo di perfezionamento di una poetica totalmente personale che ibridi in maniera innovativa fiction e documentarismo (si veda anche l’ultimo 24 City, in concorso all’ultimo Festival di Cannes), l’esordiente Zhang si tuffa completamente in una fiction del tutto ancorata alla realtà, ma che non ha assolutamente niente a che vedere con il linguaggio documentaristico (si veda, in questo caso, il primo episodio costruito con lemmi evidentemente presi in prestito dal melodramma). Inoltre, come si diceva, il film si porta chiaramente appresso le stimmate dell’esordio; alcuni passaggi, infatti, fanno storcere il naso anche allo spettatore di bocca migliore per la loro ingenuità (un esempio per tutti, il rallenti ostensivo al termine del primo episodio). Alcune distonanze collaborano alla deleteria fossilizzazione di molti degli stereotipi classici che vengono associati al cinema cinese contemporaneo quali lentezza, pomposità, ritmo blando. In realtà la maggior parte delle pecche saltano fuori all’interno del primo, breve e mal riuscito episodio; nel prosieguo del film Zhang Chi riesce ad aggiustare in qualche modo l’ingranaggio, raggiungendo picchi di ottima intensità negli ultimi due episodi. In sostanza un buono e interessante esordio. 2008, Cina 35mm, 98’, col. regia, soggetto, sceneggiatura/director, story, screenplay Zhang Chi fotografia/cinematography Liu Shumin montaggio/film editing Chen Yong scenografia/production design Dai Yingying musica/music Guo Sida interpreti e personaggi/cast and characters Deyuan Luo (Baogen), Xuan Huang (Jingsheng), Luogian Zheng (Jingshui), Chen Li (Daming) produttori/producers Hu Guipu, Kang Jianmin produzione, distribuzione, vendita all’estero/production, distribution, world sales China Film Association
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