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DMITR PRIGOVDmitri Prigov dall’ Hermitage a Ca’ Foscaridi Giacomo Botteri La collaborazione fatta di scambi e valorizzazioni reciproche, fra Venezia e l’Hermitage offre un nuovo frutto allargando l’obiettivo sull’arte contemporanea con la mostra “Dmitri Prigov: Dmitri Prigov presso l’Università di Ca’ Foscari” ( Dal 1 giugno al 15 ottobre ).
La rassegna rappresenta uno degli eventi collaterali della 54° Biennale d’arte e intende far conoscere ed onorare l’artista che viene considerato il più significativo dei concettualisti russi. Le opere esposte allestite direttamente dal museo pietroburghese, provengono dal lascito donato dalla Fondazione della famiglia Prigo all’Hermitage. Si tratta di disegni e oggetti concettuali, molti dei quali inediti, installazioni in legno, corda, vetro realizzate invece direttamente in sale espositive organizzate seguendo gli schemi degli schizzi originali dell’autore.Vi sono inoltre sale video con proiezioni della produzione poetica di Prigov: una polifonia visiva e sensoriale fatta di luce, immagini, suoni. Prigov è affascinato dalle parole e al loro intrecciarsi affida il compito di una eterna proiezione nel futuro, in rappresentanza e contrapposizione con la caducità umana. Non si limita ad amarle e conservarle per il futuro ma ne vuole diventare inventore ed ecco che il Calendario dai fogli separati e i Fogli cinesi di poesia russa dell’artista propongono nuove parole per ogni giorno della storia. Le fa trascendenti andando oltre il puro valore di comunicazione e di instauratrici di rapporti umani, e vuole farne elementi del tempo per ancorarle al suo divenire. Non poteva quindi bastare la sola esposizione della sua complessa arte per esaltare il verbo; questo immaginifico artista si dimostra infatti desideroso di esplorare tutti i campi in cui a dominare è la parola. Eccolo quindi anche poeta, commediografo, scrittore, autore di performance teatrali rivelando un gusto speciale nel superare gli schemi tradizionali e confondendo e mixando fra loro generi e canoni. Emblematico di questa stravolgimento il titolo dato alla mostra non solo una esplicita dichiarazione di autocelebrazione , ma desiderio a un tempo di superare gli steccati tradizionali fra creatore e fruitore , soggetto agente e oggetto creato, fra significante e significato. Si può considerare un degno pronipote di Apollinaire e dei suoi calligrammi elevati a simbolo del contrasto fra proclami sociali e realizzazioni concrete inattuate. D’accordo con Moliére nel prendere “il suo bene dove lo trova”, non si preoccupa di attingere liberamente ai lavori di chi lo ha preceduto, personalizzandoli operò al di là di una mera riproposta. Le sue creazioni non lasciano indifferenti, creano ora fascinazioni come la serie Bestiary, ora sgomento come le bocche senza faccia ghignanti, occhi, orecchie torturate e violate, oppure incertezze come le macchie nere a cui si riduce la sua idea di un dio minore tentativo, forse inconscio, di trovare nelle sua negazione un barlume verso il divino. Di sicuro si è di fronte ad una mostra che sollecita e magnificamente si inserisce in questa veneziana e internazionale celebrazione dell’arte contemporanea.
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