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"Deserto nero" di Renato SartiIn scena il genocidio del popolo armenodi Fabrizia Centola Due donne, una giovane e l’altra anziana, e un bambino vestito da bambina: lacere di lini e velluti, a piedi nudi, serrano tra le mani dei fagotti.
La scena è spoglia, solo la terra arida del deserto. Sullo sfondo sono proiettate le parole di Armin Wegner, fotografo di lingua tedesca e di origine armena, che fu testimone dell’eccidio. Parole insopportabili, affilate come coltelli, che non lasciano tregua.
Un prologo che cala con violenza lo spettatore lungo il cammino di Azniv, Veron e il piccolo Nubar, che per un’ora testimoniano il massacro del popolo armeno compiuto agli inizi del secolo scorso dal governo di ispirazione nazionalista dei Giovani Turchi per eliminare etnie e religioni diverse ritenute interferenti. Marciano sotto il sole tra presente e passato, tra i giorni lieti del ricordo, la tragedia della deportazione e la piena coscienza della fine. Il loro sguardo allarga ad altre presenze: ai soldati e alle altre donne che formano una lunga colonna di dolore e privazione in cammino verso la morte. Una comunità cristiana che prepara i festeggiamenti della Pasqua, una casa ricca e aperta all’ospitalità di tutti, profumata dei pani e dei dolci della festa, poi tutto si oscura: il massacro degli uomini e la deportazione delle donne, delle vecchie e delle bambine verso il deserto arabico. Un trasferimento forzato che conduce alla morte per fame, sete e stenti. Jolanda Cappi e Renata Coluccini traggono il testo dal romanzo dell’armena Atonia Arslan “La masseria delle allodole” (già nell’omonima versione cinematografica dei fratelli Taviani) e con Renato Sarti mettono in scena la memoria di un popolo messo in fuga, depredato, decimato e deportato dalla primavera del 1915 all’autunno del 1916: un milione e mezzo di morti, i due terzi della popolazione armena. Una tragedia rimasta nell’ombra dell’oblio, vivida solo nella memoria dei suoi discendenti, impegnati nella lotta del riconoscimento del primo pogrom del XX secolo: una prova generale per quelli che seguiranno. “...che razza di umanità è che ci odia fino a questo punto e con che coraggio insiste nel negare il suo odio, finendo così per farci ancora più male.” E’ la voce Charles Aznavour (di origine armena) che nel film Ararat di Atom Egoyan centra con dolore una delle caratteristiche del primo genocidio del ‘900: il suo mancato riconoscimento, e ad oggi ancora la mancata assunzione di responsabilità da parte dell’attuale governo turco. Uno spettacolo forte, giocato con un’estrema sobrietà formale; uno spettacolo che indigna e che commuove in platea, come sul palcoscenico. Le voci di Azniv, Veron e Nubar squarciano il silenzio calato su un’atroce pagina della nostra storia, negata e quindi mai risolta: oltre un milione e mezzo di morti che per questo muoiono una seconda volta. Deserto Nero Compagnia del Teatro del Buratto - regia di Renato Sarti Teatro Verdi Via Patrengo 16 Milano fino al 22 novembre 2009 per informazioni 02-27002476 / 02-6880038
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