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"Dexter" – prima stagioneRedemption Songdi Serena D’Urbano Premiato come miglior attore di lunga serialità al Roma Fiction Fest 2008, Michael C. Hall è Dexter, l’affascinante ematologo dalla doppia vita. No, niente supereroi per il crime serial prodotto da Showtime: il giustiziere notturno creato da James Manos, Jr si aggira come un fantasma per le strade di Miami, intento sì a ripulirle dal Male, ma seguendo un suo personalissimo “codice d’onore”…
Dexter non ha avuto esattamente quella che si può definire un’infanzia “normale”. Figlio adottivo di Harry e Dorris Morgan, sin da ragazzino inizia a manifestare i sintomi di una sconcertante diversità. Un impulso irrefrenabile lo spinge a cercare la morte, a inebriarsi dell’odore tossico del sangue caldo, appiccicoso. Ma il padre, poliziotto stimato, lungi dal reprimere la innaturale bramosia del figlio, ne asseconda piuttosto la mostruosa inclinazione. Ad una condizione però, che essa sia messa al servizio di una “nobile” causa. Male vs Male: un vero scontro tra titani. Giunto in età adulta, Dexter raccoglie i frutti degli insegnamenti paterni e si trasforma in una sorta di Principe delle Tenebre: lucido e meticoloso serial killer che sceglie con cura - seleziona darwinianamente, pianificandone l’estinzione - le sue vittime. Pedofili, maniaci, spietati assassini, autori di oscenità e di efferati delitti. Le prime immagini della serie ci mostrano una Miami torbida, trasudante incubi notturni e inquinata da una malvagia sensualità. E tra le sue strade si muove felino, quasi strisciando (o comparendo letteralmente dal nulla), Dexter the dark knight, figura fantasmatica quasi sempre in ombra, sulla quale si stagliano uno sguardo penetrante, perturbante, inquietante e labbra violacee, mortifere, taglienti. Compiuto l’atroce rituale, uno squarcio di luce spazza via la fotografia buia dell’incipit e ci riporta alla Miami che conosciamo (la sola che vorremmo conoscere): marittima, solare, piena di vida. La stessa creatura notturna cammina ora con eleganza e disinvoltura: il volto angelico illuminato da un sorriso sardonico e ammaliante, pronto a vestire, con altrettanta professionalità, precisione e solerzia, i panni dell’ematologo alla sezione Omicidi della polizia di Miami. Una trasformazione degna di Dottor Jekill e Mr Hide. Se non fosse che il fascino del personaggio interpretato da C. Hall risiede nel suo esatto contrario, non avendo nulla a che vedere con l’ormai abusato, quasi logoro tema del doppio: Dexter ha un’anima e una sola - il binomio dannazione/redenzione è stato risolto definitivamente a favore della prima - ma per sua fortuna, o talento, è anche bravissimo a fingere, a dissimulare di fronte agli altri la sua vera natura. C’è da dire che la serialità americana degli ultimi anni ci sta ponendo, in maniera più o meno conscia, di fronte a due questioni essenziali di natura sociologica: la prima è la netta predominanza dei ruoli maschili. Nonostante proprio in questi giorni l’ago della bilancia per il voto americano sia sempre più determinato dall’elettorato “rosa” (la ex first lady è tornata alla ribalta, a sostegno di Obama, per compensare la indovinata scelta della vice repubblicana), le presidenziali insegnano che nel 2008 si può forse accettare un diverso colore della pelle, ma anche che l’America non è ancora pronta per vedere una donna al potere. E la televisione sembra rispecchiare questa tendenza, suggerendo un protagonismo maschile cui non riescono a fare da contraltare ruoli femminili altrettanto pregni di influenza sulle masse: ci prova, con scarso successo, la Glenn Close di Damages; ci era riuscita degnamente la Gellar nei panni di Buffy l’ammazzavampiri (una serie che, ingiustamente e semplicisticamente relegata nella sfera del teen drama, ha avuto invece enormi ripercussioni sulla cultura pop fine anni ‘90). Oggi, nel drama come nella comedy, troneggiano supereroi (i fratelli Petrelli di Heroes), medici (Dr. House, Nip/Tuck), scienziati (Grissom di CSI), scrittori (l’Hank di Californication), sovrani (l’Enrico VIII de I Tudors), patriarca e avvocati (i due protagonisti di Dirty Sixy Money), ingegneri (lo Scofield di Prison Break) o poliziotti (Charlie Crews in Life), tutti rigorosamente in pantaloni. La seconda questione, poi, è strettamente connessa con la prima e riguarda il profilo di questi stessi dominatori del piccolo schermo: introversi, cinici, misantropi, narcisisti, socialmente disadattati. Insomma, verrebbe da dire non esattamente un trionfo del “sesso forte”. E Dexter - si perdoni la lunga digressione - prosegue idealmente questa carrellata, in una sorta di discesa (in picchiata) agli Inferi: lucido psicotico, cinico e sessuofobo, incapace di nutrire qualunque tipo di sentimenti. C’è da chiedersi come mai il pubblico ne sia così attratto: l’impossibilità di una redenzione contribuisce all’assenza di speranze e al cupo pessimismo di quest’epoca o funge da esorcismo/antidoto a istinti e paure primordiali? Una cosa è certa: le moderne serie televisive non mancano di realismo. Siamo tutti peccatori… chi più, chi meno. E l’assolutezza di quest’affermazione è vera almeno quanto il relativismo della morale che le attraversa.
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