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Dinosauri live 3. IncognitoSommacampagna, 31 luglio 2007di Luca Bertoldo Pare assurdo usare il termine “dinosauro” per descrivere gli Incognito, quasi un controsenso. Il loro sound è ancora fresco, in continua evoluzione e sempre al passo coi tempi. Eppure gli inventori dell’acid jazz, un funky con l’impronta jazzistica e accenni al pop, alla dance e al soul, festeggiano nel 2007 i 28 anni di carriera.
Il parco di Villa Venier crea un’atmosfera raccolta, quasi familiare, per il concerto che chiude la rassegna Verona Folk. I musicisti salgono con calma sul palco, capeggiati dal loro leader, il più che sereno chitarrista Jean Paul “Bluey” Maunick. La band è multietnica (vedi le provenienze: Londra, Scozia, Mauritius, Sri Lanka, Jamaica, Trinidad e Tobago) ed esplosiva. Si parte con la malinconica Summer’s Ended, primo singolo strumentale del gruppo, con l’ottimo flauto di Andy Ross (poi al sax): un giovane musicista che nel 1979, anno di fondazione degli Incognito, non era ancora nato. Entrano poi i tre cantanti: Imaami, Tony Momrelle e Joy Rose, le cui voce poderose si intrecciano impeccabilmente in complesse armonie. La ritmica (il super turnista Richard Bailey alla batteria - ha suonato con tantissimi grandi, da Eric Clapton a Bob Marley –, Matt Cooper alle tastiere e Francis Hilton al basso) è una macchina dal groove perfetto. I fiati (oltre a Ross ci sono Nichol Thomson al trombone e Dominic Glover alla tromba) sono precisi e potenti. Insomma un super gruppo che regala un viaggio tra i cavalli di battaglia del passato (Don’t You Worry ‘Bout A Thing ripresa da Stevie Wonder, Still A Friend Of Mine, Deep Waters, Colibri) e i pezzi dell’ultimo album Bees + Things + Flowers, una raccolta di brani ri-arrangiati, qualche inedito e cover di lusso come Everybody Loves The Sunshine di Roy Ayers e That’s The Way Of The World, di quegli Earth Wind And Fire che nel 1975 segnarono la vita del giovane Maunick. «Andai a vedere Santana e, entrando, vidi che il gruppo che apriva la serata si chiamava Earth Wind And Fire. Mi fecero letteralmente impazzire e da allora decisi che avrei avuto un gruppo del genere, con strumenti a fiato, grandi voci, grande ritmica. Un gruppo che durasse a lungo». Il sogno di Bluey si è realizzato appieno e sembra destinato a continuare. Piccola postilla per i pignoli: nella parte centrale del concerto i volumi dei fiati erano leggermente alti, il basso in un paio di pezzi ha avuto problemi tecnici, mentre Bluey verso la fine è scivolato in alcuni discorsi vagamente new age e poco musicali. Niente che, in fin dei conti, influenzi il giudizio estremamente positivo sulla serata. Caldamente consigliati i futuri concerti in Italia della band.
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