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Fuori Concorso "Dream" di Kim Ki-dukSogno e son destodi Nicola Cupperi Jin, artigiano, una notte sogna di avere un incidente stradale mentre sta inseguendo la macchina della sua ex ragazza, di cui è ancora terribilmente innamorato. Per non perdere di vista la macchina della ex, nel sogno Jin non soccorre l’autista gravemente ferito della macchina che ha colpito.
Svegliatosi di soprassalto, l’uomo sente il bisogno di raggiungere il luogo, reale, dell’incidente, onirico, perchè scosso dalla verosimiglianza del sogno. Le paure di Jin hanno conferma: giunto sul luogo trova, infatti, una volante della polizia e un’ambulanza intente a soccorrere l’uomo vittima dell’incidente. Jin decide di seguire la polizia nell’arresto del pirata della strada, inchiodato dalle riprese di una telecamera di sorveglianza. Si tratta di una donna, Lee Ran, la quale, svegliata dall’assalto delle forze dell’ordine nel pieno della notte, nega con veemenza il proprio coinvolgimento nonostante le evidenti prove a suo carico. Jin segue la volante in commissariato per costituirsi in modo da salvare la ragazza; è convinto, infatti, di essere con il suo sogno la causa delle azioni della povera Ran che, sonnambula, durante le ore notturne segue le disposizioni oniriche e inconscie dell’uomo. Una volta risolta la questione in commissariato, i due si rivolgono a un esperta di problematiche del sonno per venire a capo di quest’assurda situazione. Il responso è che Jin, ancora profondamente innamorato della propria ex ragazza, a sogna in continuazione; al contrario Ran, profondamente disgustata dal suo ex fidanzato che ora frequenta la ex di Jin, è costretta ad agire contro la sua volontà. La felicità di Jin, tesa a rivedere e interagire con l’amore perduto, equivale all’infelicità di Ran nell’essere costretta a ritornare in contatto con l’odiato amore lasciato. Il nero e il bianco sono uguali. Quest’assurda situazione sembra non avere vie di fuga indolori. Proviamo a ricapitolare. Kim Ki-duk è un ormai quasi cinquantenne sud-coreano. Cresce in una famiglia povera e in gioventù tenta, senza successo, la carriera militare. Quindi, spinto da un forte desiderio, abbandona la natia Corea per imparare l’arte in Francia; qui, aiutato dalle numerose comunità di compatrioti, tenta la carriera di pittore ottenendo scarsi risultati. Tornato in Corea, comincia a scrivere sceneggiature finchè, nel 1993, non vince un importante premio. Dopo tre anni nel reparto scrittura, Kim decide che è arrivato il momento di esordire alla regia. Spinto da una furiosa e selvaggia naivetè artistica, il ragazzo ormai quasi quarantenne, riesce a raggiungere una grande visibilità mondiale con The Island, nel 2000. Da lì si spalancano le porte dei Festival europei e nasce l’autore asiatico più apprezzato e distribuito nel vecchio continente che in questi pochi anni abbiamo imparato a conoscere. Il picco del periodo "europeo" arriva con due film strabilianti, amati incodizionatamente, e a ragione, da publbico e critica: La Samaritana e Ferro 3. Otto anni di successi, di grandi film, di plausi e di elogi critici. Kim ha vissuto il sogno di ogni regista. Quindi, inesorabile ma decisamente inatteso in tempi così stretti, il declino. L’arco delude una parte del suo pubblico di affezionati, rapidamente formatosi così come rapidamente Kim è salito alla ribalta. Time oltre a deludere indispone e, per certi versi, irrita. Soffio, al contrario, da speranza. Dream, per ultimo, risulta indifendibile oltre che incommerciabile e incredibile, nel senso di non credibile. L’autore sud-coreano mantiene con insospettabile precisione la china di involuzione intrapresa con L’arco. Kim Ki-duk si avvita su sè stesso, sempre più sembra incapace di uscire dai paletti che lui stesso si è posto e che sono stati la causa del suo enorme e giusto successo. Dream è un pastrocchio, un tentativo di pastiche allegorico e metaforico clamorosamente mal riuscito. L’autore spreca alcuni momenti di rara e rarefatta poesia e di laido turbamento costruendo la sua pellicola semplicemente in maniera sbagliata. La stessa disarmante ingenuità che spingeva con forza dirompente i suoi precedenti capolavori in questa caso si risolve semplicemente in una mera e deleteria mancanza di standard cinematografici, in una sequela di lacune sintattiche e grammaticali, a partire dall’inspiegabile caratteristica della coppia di protagonisti bilingue: Odagiri Joe, celebre attore giapponese, che nei panni di Jin continua a parlare la propria madrelingua, e la bella Lee Na-young che nei panni della sonnambula Lee Ran parla coreano, come tutto il rest del cast e della produzione. Il fascino del film si risolve nei momenti iniziali; in seguito la storia non fa che trascinarsi per una stanca ora e venti in cui il principale motivo di interesse sta nel tentare in tutti i modi di capire cosa frulli nella fertile mente dell’autore, cosa sia cambiato in lui, e in noi, tanto da modificare così radicalmente la nostra opinione sul suo lavoro. 2008, COREA DEL SUD 35mm, 93’, col. regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio/director, story, screenplay, film editing Kim Ki-duk fotografia/cinematography Kim Gi-tae scenografia/ production design Lee Hyun-chu costumi/costume design Ma Youn-hee, Takeda Toshio musica/music Ji Park interpreti e personaggi/ cast and characters Joe Odagiri (Jin), Lee Na-young (Ran), Zi-A, Tae-hyeon produttori/producers Kim Ki-duk, Song Myung-chul produzione/production Kim Ki-duk Film coproduttori/coproducers David Cho, Kai Naoki, Kunikazene Mizue coproduzione/coproduction Sponge, Style Jam Inc., Dongyu Club vendita all’estero/world sales Showbox
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