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Due film cechi in concorso a Karlovy Vary"Tre stagioni all’inferno" e "Kuki torna a casa"di Massimo Tria Da una favola più o meno ambientalista all’amor fou di un poeta maledetto negli anni Cinquanta: i padroni di casa si presentano con due opere diametralmente opposte.
Nella competizione del festival di Karlovy Vary quest’anno sono presenti due film della cinematografia di casa, una volta gloriosa, ora incerta sulla via da seguire, ma con diversi segni di ripresa. Ci sono state alcune annate in cui i film cechi guardabili andavano cercati con il lanternino, a differenza (per fare i primi confronti che ci vengono in mente) di altri paesi dell’ex blocco di Varsavia come Russia e Polonia che invece hanno offerto sempre un nutrito gruppetto di pellicole per lo meno interessanti. Da qualche anno a questa parte però mi sembra che siano spuntati almeno cinque o sei nomi nuovi di un certo talento a Praga e dintorni, e a questi viene ora ad aggiungersi Tomáš Mašín, l’autore di Tre stagioni all’inferno, appunto uno dei due film casalinghi in competizione. Anche l’altro candidato è tutt’altro che disprezzabile, ed il nome in gioco è anzi l’asso della generazione dei quarantenni, il Premio Oscar Jan Svěrák (quello di Kolja per intenderci). Ma il suo Kuky ritorna a casa è in fondo “solo” un bel film per ragazzi, o al massimo un divertente “parente adulto” delle pellicole che (senza volerne sminuire affatto il valore) partecipano a festival come Giffoni. Dunque una creatura un po’ ibrida. Due lavori assolutamente opposti questi due rappresentanti boemi dunque: il primo narra le vicende di un giovane poeta maudit ispirato alla reale biografia di Egon Bondy, figura mitica dell’underground cecoslovacco e della controcultura filosofica. Largamente, ma liberamente ispirato a un bellissimo ed intenso libretto autobiografico (dal titolo “I primi dieci anni”), Tre stagioni all’inferno narra le peripezie di Ivan Heinz, alter-ego cinematografico ben riconoscibile del summenzionato Bondy, fra la fine della seconda guerra mondiale e l’instaurazione del regime comunista cecoslovacco nel 1948. Heinz, prima autoproclamato marxista rivoluzionario, si ritrova a mal partito quando il partito comunista (quello vero e non quello idealizzato delle sue letture teoriche) arriva al potere. La sua vita fatta di pose e atteggiamenti anticonformisti, passata fra una dichiarazione scandalosa ed alcune poesie surrealiste piene di volgarismi, viene scaraventata di getto nel turbine delle persecuzioni, delle privazioni e delle limitazioni censorie spacciate dai nuovi dittatori come necessari strumenti della dittatura proletaria. Egli, vero proletario e rivoluzionario in ispirito, si trova a mal partito nel dover operare il curioso confronto fra le belle idee progressiste proclamate durante la fase democratica della storia cecoslovacca (1945-1948) e la feroce pratica massimalista e poliziesca che il regime praghese instaurò su modello sovietico. Masin utilizza al meglio un ottimo giovane attore, Kryštof Hádek, giustamente premiato con il “Leone Ceco” al miglior interprete ceco del 2010, e fa tesoro di requisiti, ambientazioni reali o ricostruite d’epoca, finanche di alcuni abiti originali. Alcuni improvvisi squarci visionari fanno da correlativo oggettivo alla scrittura realistica e surreale, aggressiva e tenera, politicizzata ed anarchica ad un tempo del poeta Heinz-Bondy (di cui risuonano reali componimenti, al limite del coprolalico). Il tutto è presentato con un rispetto non pedissequo per la base letteraria di partenza, di modo che il regista al suo primo lungometraggio riesce a dare un’idea della figura storica di partenza abbastanza complessa e decisamente tridimensionale. Le figure insomma sono di carne e non di carta. Un elemento di forza aggiuntiva è dato alla drammatizzazione continua ottenuta grazie al forte sottotesto erotico, che esplode concentrandosi nel rapporto paradossale con la musa del protagonista: sulla figura reale dell’altrettanto bohemien Jana Krejcarová, è infatti modellata una bella figura d’altri tempi di essere pansessuale e controcorrente, ben interpretato dalla polacca Karolina Gruszka. Una storia di follie d’amore quotidiane e di opposizione dispettosa alla realtà, che può ricordare amori pazzi della nouvelle vague francese, e non disdegna omaggi al Bertolucci parigino (Ultimo tango e The Dreamers vengono in mente subito quando ci si ritrova nell’appartamento dei due amanti). Film abbastanza trascinante, che potrebbe perfino far da traino in Italia alla figura controversa e sfaccettata di Bondy. Tanto più coraggiosa sembra dunque la scelta dei selezionatori di presentare un secondo film ceco così diverso e di nicchia: Il ritorno di Kuky di Svěrák è una pellicola con pupazzi di stoffa animati con procedimenti prevalentemente artigianali (ovvio che però ormai il computer è comunque indispensabile), e che si riallaccia così alla lunghissima e prestigiosa tradizionale locale dell’animazione per l’infanzia e per l’adolescenza. Kuky è un peluche che viene “mandato in pensione” dalla mamma del suo piccolo proprietario, perché ormai vecchio e spelacchiato, e si ritrova catapultato in una comunità di altri pupazzi che vive nel profondo del bosco e nella quale funzionano alcune dinamiche di potere non troppo dissimili da quelle umane. Il sottofondo ecologista è chiaro ma non oppressivo, il saggio capo della comunità di pupazzi ha come missione quella di salvare tutti gli animali in pericolo, e la sua simpatia è resa ancora maggiore (almeno per il pubblico ceco) dall’attore che gli presta la voce, il padre del regista, Zdeněk, già anziano dongiovanni in Kolja, meritatamente popolarissimo in Cechia. L’autore si riallaccia così ai film fiabeschi o alle narrazioni fantasiose della sua infanzia, recuperando un armamentario favoloso ceco e slovacco che lascia un po’ indifferente l’autore di queste righe, ma che oggettivamente rappresenta un notevole tesoro culturale del paese. Non dimentichiamo poi che, prima di diventare il regista ceco di maggior successo degli anni Novanta, Svěrák aveva esordito con un premiatissimo cortometraggio di fantasia, Ropáci, in cui già nel 1988 criticava il disastro ecologico perpetrato dal regime sulla bella natura del suo paese, immaginando degli animaletti che nel nord della Boemia ormai potevano sopravvivere soltanto in mezzo al petrolio e agli scarichi delle auto. Questo afflato ecologico si ritrova anche nella colorita schiera di difensori del bosco che accolgono Kuky lontano da casa. Problema non secondario: i pupazzi non muovono la bocca, e per il pubblico che deve seguire i sottotitoli diventa ben presto difficile capire chi stia parlando, a meno che non si conoscano a memoria le voci di certi attori cechi (o, ovviamente, il ceco). Doppiato come si deve, in Italia potrebbe però andare molto bene.
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