Duo Canzian-Lovato

Fondazione Cini, 15 Dicembre 2008

Quando giungo sull’isola di S. Giorgio, l’acqua alta si è ritirata da alcune ore. A sua testimonianza, restano le passatoie sopraelevate, carcasse di vasti cetacei arenati, pronte ad accogliere nuovamente il mare tra le nervature arrugginite ed i tendini rosi dal sale. La pioggia non accenna a diminuire, così come il gelo che avvince l’intera città in quello che, una settimana prima del suo inizio, si preannuncia come uno degli inverni più freddi degli ultimi anni.

L’afflusso alla Fondazione Cini, struttura ospitante il concerto allestito dalla professoressa Adriana Guarnieri, è lento e regolare, come intorpidito dalla temperatura artica. Le partiture sono disposte sui leggii e i due interpreti, il soprano Roberta Canzian e il pianista Federico Lovato, si intrattengono conversando con alcuni studenti. Girovagando per la sala, incontro un collega del Conservatorio, a sua volta pianista, che mi rivela di essere stato compagno di studi del maestro Lovato: ci dirigiamo quindi verso il musicista, al quale vengo presentato. Non parliamo del concerto e, solo prima di accomiatarci, in risposta a una mia domanda diretta, il maestro esprime un velato apprezzamento verso i due brani di Casella, con i quali ammette di essere entrato in contatto per la prima volta in occasione del presente recital, oltre a un certo disappunto nei confronti del brano di Berlioz che chiuderà il medesimo.

La sala è ampia e dotata di pannelli fono-assorbenti al soffitto, disposti in modo studiatamente irregolare, al fine di evitare l’accumulo di nodi di risonanza. Non appena lo sferragliante impianto di riscaldamento viene spento, testo l’acustica con un discreto battito di mani. Le prime riflessioni sono brevi e le code di riverberazione, colorate ma deboli, si spengono quasi subito: una situazione ottimale per fruire di complesse tessiture senza che i suoni si impastino eccessivamente tra loro.

Dopo una rapida presentazione ad opera di un docente della Fondazione, il concerto ha inizio sulle note del Myrthen op. 25 di Schumann. I dolci arpeggi, pedalizzati con moderazione, permettono alla melodia portata dalla destra di intrecciarsi efficacemente con la linea vocale eseguita dal soprano, il cui vibrato è correttamente distribuito ed il cui misurato trasporto viene evidenziato dai “rubato”, regolarmente inseriti dal pianista nella sezione caudale di ogni fraseggio. Seguono altri tre lieder, tratti rispettivamente da Liederalbum für die Jugend op. 79, Minnespiel op. 101 e Lieder und Gesänge op. 98a, in cui la Canzian mostra di saper interpretare con il giusto vigore le tessiture vivaci, le ampie escursioni dinamiche e l’esuberanza del canto tipicamente schumanniane, arrivando a riscuotere applausi convinti e calorosi al termine di Widmung. In questi brani, il pianoforte si mantiene educatamente sullo sfondo, fornendo un corretto accompagnamento alla prorompente, seppur misurata, interpretazione vocale – questa, sì, un’interpretazione “romantica”. L’esecuzione di tre frammenti dalla Waldszenen non fa che confermare l’impressione di un pianismo raffinato e leggero, quasi mozartiano. Ma, forse, queste composizioni avrebbero meritato una maggiore audacia negli slanci sulle frequenze gravi – punto di forza dei pianoforti Fazioli – e un più sentito trasporto nel far emergere il lirismo del canto dagli arabeschi e dalle molteplici tessiture cangianti, così tragicamente intrise di dolcezza e abbandono.

La seconda parte si apre con Temps de neige e En ramant di Alfredo Casella, due lavori cameristico-vocali risalenti al periodo “eclettico” in cui il musicista frequentava il Conservatorio di Parigi, bazzicando la classe dello sfuggente Faurè ed interessandosi alle esperienze musicali contemporanee europee. Sebbene tali esperienze siano rispecchiate nella ricerca formale e ritmico-armonica di queste sue primissime composizioni, si tratta di due brani in cui l’afflato romantico è fortemente presente, testimoniato da morbide linee melodiche che avvolgono poliritmie ed agglomerati accordali ancora tutt’altro che aspri e dissonanti. Chiude il concerto la selezione di tre brani tratti da Les nuits d’été di Berlioz, sui testi corporei e sensuali di Théophile Gautier: capolavoro di vocalità, qui presentato nella versione originaria non destinata al teatro, distante da esso almeno quanto dall’intimità liederistica schumanniana, perfettamente e compiutamente restituito dall’interpretazione carica, precisa e vigorosa della Canzian, in grado di strappare l’applauso sull’eccitazione della Villanelle, quanto sui tratti essenziali, svuotati, inizialmente dissonanti, di Absence. Anche in questa seconda parte, l’accompagnamento pianistico non si discosta da un solido professionismo, in grado di sfruttare una certa capacità di modulare le dinamiche nel pianissimo e nel mezzoforte, senza mai avventurarsi oltre.

Al termine del concerto, esterno queste sensazioni al mio amico del Conservatorio ed apprendo, a loro conferma, che il maestro Lovato aveva con lui più volte espresso, in riferimento al periodo dei suoi studi di perfezionamento presso l’Accademia pianistica di Imola, la propria estraneità nei confronti della musica romantica in genere, professando al contempo una incondizionata ammirazione per le composizioni di Mozart.

Quando usciamo dalla Fondazione Cini, dirigendoci verso l’imbarco, la gelida sera veneziana è scesa sulla città. Gelida quanto la sterile precisione e l’educata pulizia di tocco di un’esecuzione pianistica in cui l’anima romantica delle illuminazioni di Schumann e Berlioz non ha potuto che naufragare, a dispetto della prova appassionata e matura fornita dalla Canzian: una prova che sarebbe stata meglio evidenziata da un adeguato contrappunto strumentale.