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"EMPIRE[O]IL" DI EPIMORPHDentro la visionedi Marianna Sassano Quello che di Empire[o]il rimane è un senso molto istintivo della fascinazione: ci si incanta a guardare. Nulla davvero “accade” in quel frangente di tempo; la realtà drammaturgica, sul “palcoscenico” di Epimorph, non muta e non evolve, ma semplicemente, si declama. E, per farlo, sceglie di mostrarsi, chiamando lo spettatore a un atto contemplativo, a spalancare gli occhi e le percezioni emotive. Siamo all’interno di una struttura di legno. Una sorta di cubo roteante le cui pareti - solo tre su quattro, però - sono rivestite di un telo opalescente. I pochi spettatori, trenta alla volta, siedono al centro, avvolti in una nuvola di fumo e immersi in sonorità taglienti di distorsioni elettriche, le improvvisazioni che Luca Vettorello produce live dominando dall’alto la scena. Tutto rimanda ad un rito: una lieve inquietudine arriva dall’iniziazione prima dell’ingresso in sala - ci viene detto di non far sporgere mani e piedi dalla nostra seduta; si avverte l’inappropriatezza dello scambiarsi qualche parola - siamo troppo pochi, e troppo vicini -; c’è il sacerdote (il performer Alessio Sacchetto) che compare misterioso e ci introduce al mistero; e poi c’è una compartecipazione sensoriale che gironzola tra gli adepti, “prigionieri” volenti o nolenti in balìa di questa scatola che ruota - e di quell’impero del petrolio esplicitato dal titolo. Però stare lì dentro è bello. Bello come una giostra che gira. Senza quell’allegrezza, ma con euforia. E poi, quando la giostra si ferma, qualcosa si materializza davanti ai nostri occhi. Visioni di cera che cola, sfasciandosi; visoni (proiezioni) di gocce di petrolio che inquinano lo sguardo; visioni abbozzate di fasci di luce, di ombre, di movimenti, che da quel petrolio immanente tentano di liberarsi. Visioni di fili, tubi, grovigli, che franano al suolo. Visioni fin troppo esplicite del concetto che guida lo spettacolo: "empire - oil" diventa un uomo rivestito di nero che tenta di emergere da una simbolica vasca da bagno - e la mente corre immediatamente ai gabbiani spiaggiati in riva al mare, ricoperti di petrolio. L’esplicitazione del concetto si scontra con la raffinatezza degli espedienti scenici, e indebolisce quel rito, quel mistero, che sono invece la forza di questo lavoro. Ma se, seduti nella scatola di legno, siamo combattuti tra il fascino della visione e il dispiacere per il dissolversi del mistero, il finale regala un colpo di scena che lascia a bocca aperta. Senza rivelarlo qui - che Empire[o]il è stato visto ancora da troppe poche persone (ha replicato solo in altre due occasioni oltre che all’interno di SGUARDI, la festa vetrina del teatro contemporaneo veneto, dove è andato in scena stamattina, e dove raddoppierà sabato 11 giugno alle 13.15, PalaPlip di Mestre) - possiamo solo dire che l’acqua vince su tutto. A tre giorni dal referendum, non è male. Per niente. Epimorph è una nuova formazione teatrale nata in seno allo Iuav di Venezia. Empire[o]il è il primo lavoro del gruppo, che lo produce insieme a Iuav e Interzona. Empire[o]il è fatto da: Laura Ceroni, Elena Punzi, Alessio Sacchetto - ideazione e allestimento; Alessio Sacchetto - Performer; Luca Vettorello - musiche originali; Vinicio Fraccaro, Nicola Marinelli, Luca Bronzato - realizzazione scenotecnica; Michele Agnoletto, Federica Cremaschi - Tecnici aggiuntivi; Luca Pivetti - memoria video.
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