“EROI” DI ANDREA PENNACCHI

Emozioni contagiose, dall'Iliade in su.

Che bello che è Eroi. Uno spettacolo di quelli che ci si alza dalla poltrona del teatro contenti. Felici, proprio: perché per quell’oretta che dura, si è fatto un gran bel viaggio nella storia, nelle storie, nell’umanità e nella fantasia. Un viaggio che riporta indietro nel tempo: non tanto a quello cronologico (sì: gli eroi del titolo sono quelli della Grecia Antica, e dell’Iliade in particolare); ma nel proprio tempo personale, giù giù nella propria biografia fino a che non si arriva a quel punto esatto in cui ci si ritrova alti meno di un metro, con gli occhi sbarrati di fronte a un librone illustrato, pieno (e pieni) di sogni e di avventure.

E Andrea Pennacchi, che il lavoro lo ha scritto e lo interpreta, diventa il narratore perfetto di quelle nostre storie, ognuno la sua: finalmente la voce che abbiamo immaginato e che ha vagato tante volte nella nostra testa di bambini si materializza e prende corpo, si anima, si rivela e ci chiama ad ascoltarla. E noi non vediamo l’ora! Divinità, cavalli, eroi, fuoco e profumo di latte e biscotti si mescolano in un tourbillon di emozioni, presenti e passate. Stiamo aggrappati alle sedie nei momenti di tensione; ridiamo a viso aperto, o ci commuoviamo in altre occasioni dimenticando il compassato-atteggiamento-da-pubblico-adulto-di-un-teatro; seguiamo Pennacchi nei suoi voli, gli stiamo addosso, come Atreiu, capelli al vento, quando sfreccia sul dorso di Falkor ne La storia infinita.

Andrea Pennacchi è bravissimo a prenderci e portarci con sé. Ha la fisicità di chi è simpatico: quel viso un po’ da Peppone, quelle braccia grandi e grosse, come per abbracciarsi il suo pubblico, quegli occhi vispi. E già solo a vederlo ci ha agganciati. Ma poi rischia: perché ci viene a raccontare un pezzo di Iliade. Quella cosa che solo se hai avuto un insegnante appassionato ti è piaciuta; per il resto dell’umanità, intellettuali ed esperti esclusi, bene che vada è un mistero della fede. E invece lui la prende, l’Iliade, e ce la racconta come una fiaba bellissima. Piena di cuore, di affetti, di magie, di coraggio, di stupidità e orgoglio: com’è d’altronde l’essere umano. E poi ci mette la sua firma, e cioè quella capacità di non lasciare tutto in aria, in un Olimpo metaforico di immaginazione; piuttosto regalando corpo e genuinità a tutti i personaggi. Gli dei? Scendono dai colli Euganei col motorino, mica non si sporcano le mani con la realtà; Patroclo? Con l’armatura di Achille addosso pare una mietitrebbia; e Achille, appunto? Te lo vedi vecchio che va dal commercialista? Ma no, forever young.

E fino a qua ancora non abbiamo nominato l’altra parte di palcoscenico, quella occupata da Giorgio Gobbo alla chitarra e Sergio Marchesini alla fisarmonica, della Piccola Bottega Baltazar. Perché se Pennacchi disegna per noi un mondo di fantasie e entusiasmi, i musicisti lo colorano e lo riempiono. Raramente il connubio in scena tra azione e musica riesce così bene: e non c’è altro da dire se non che il meccanismo è perfettamente oliato. La chitarra acustica e quella specifica fisarmonica, con quel suono inconfondibile che per la Piccola Bottega è davvero un marchio di riconoscibilità, regalano una magia in più allo spettacolo, fanno da partner, definiscono le atmosfere, ci fanno passare da un duello western alla dolcezza di un ricordo, dalla tensione per un’attesa all’infinito di una fantasia.

E, se in tutto lo spettacolo le parole sono affidate solo all’attore, alla fine risuonano come un monito e una carezza le parole cantate de La Campana de Bassan (Ladro di Rose, 2010): “Valà, puteo: tutto questo amore, così raro e ingannatore”. Un inno alla vita, dopo una storia, come quella dell’Iliade, piena di morte: che Achille si farebbe servo pur di tornare a viverla.

Un inno che capiscono anche i bambini, come quel Pennacchi bambino che ricorda suo padre che gli dice “Quelle cose umide, le lacrime, non servono a niente”. O come i diversi bambini presenti nella sala affollata del Teatrino Zero di Spinea (Venezia); li ho sentiti, avendo avuto la fortuna di esserci stata seduta di fianco: hanno vibrato di emozione lungo tutta la storia, contagiosi.

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Il prossimi appuntamenti della stagione al Teatrino Zero di Spinea:
www.teatrinozero.it/
Foto di Luigi De Frenza