“ETIQUETTE” DI ROTOZAZA

Cronaca di un gioco

Entriamo in un bar; siamo un due. Ci fanno sedere al tavolino, ci dicono che, se vogliamo, prima, possiamo ordinare qualcosa. C’è una maschera ad attenderci. “Ma ci sono gli attori?”. Silenzio. L’atmosfera è strana, non sappiamo cosa aspettarci.

Il bar è aperto, ci sono delle persone al bancone. Il nostro tavolino è proprio vicino all’ingresso, in vetrina praticamente, e davanti a noi il plateatico del locale è pieno di gente. Stiamo per essere guardate, oppure no?

Ok, allora prima di iniziare, meglio una tappa al bagno: la faccenda si fa complicata, è consigliabile una tranquilla predisposizione psicologica e fisica. Tanto i tempi li dettiamo noi due. Non c’è altro pubblico (pubblico?). Il “personale di sala” sta aspettando solo noi. E, del cast, non compare nessuno.

La maschera ci consegna un ipod, ci mettiamo le cuffiette. Sul ripiano del tavolino, una lavagna a fare da palcoscenico, dei gessi, due piccole statuine bianche – un uomo e una donna -, un alberello minimo, altri oggettini, del pongo, dell’acqua. Non tocchiamo niente, intimorite, e anche divertite. Ci dice: “Seguirete le istruzioni della voce. Vi indicherà cosa fare”. E poi, placida, se ne va.

Bene. Il mio ipod mi dice che sono una donna. Mi dice le battute da dire alla persona seduta di fronte a me. Che risponde, anche lei ubbidiente al copione vocale che riceviamo passo dopo passo. Siamo una prostituta malinconica e un filosofo stanco, estranei che tentano di comunicare due mondi l’uno all’altra, ma che importa. C’è anche un mistero. Ci sono gli oggetti da spostare, cose da scrivere, c’è un dialogo da intavolare.

C’è, soprattutto, la sfida a mettersi in gioco. Stare al gioco è esattamente ciò che ci viene richiesto. Si può dire una frase ammiccante senza ammiccare? Si può offrire un biglietto ad uno sconosciuto senza provare il brivido dell’imbarazzo? Tanto vale nemmeno farlo. E allora giochiamo.

Lo sappiamo, intellettualmente parlando, che qui ciò che conta è il rovesciamento dei ruoli e di ciò che del teatro è (era?) assodato: lo spettatore non guarda ma è protagonista, e a sua volta viene guardato dai curiosi; il luogo non è quello della finzione ma un comunissimo e reale bar di paese; il corpo dell’attore scompare e affida a ignoti le sue parole, la sua voce.

Però questo Etiquette è soprattutto un gioco. Che la compagnia inglese Rotozaza di Ant Hampton e Silvia Mercuriali sta diffondendo in tutto il mondo, traducendo i dialoghi in 13 lingue, e spedendo agli organizzatori di rassegne e festival in un piccolo pacchetto con oggetti e istruzioni – tanto da suscitare anche le curiosità del New York Times che lo ha recensito. E come per tutte le scatole dei giochi di società: mica c’è bisogno dell’inventore per capirli, basta seguire le regole.

E allora come un gioco, leggero, togliendo volontariamente gli intellettualismi, lo giochiamo, al 41.mo festival internazionale di Santarcangelo, in un finale di pomeriggio caldo, nella penombra di un bar. Ma forse un’istruzione in più la potevano dare: evitare che i due spettatori-partecipanti si conoscessero. Chissà che dinamiche di imbarazzi, complicità inaspettate, freddezze o nuove emozioni si sarebbero potute creare. In fondo, come dice il titolo, è questione di etichetta.

http://www.rotozaza.co.uk
http://www.santarcangelofestival.com
Un video del NYTimes su Etiquette è visibile qui: http://video.nytimes.com/video/2008/01/16/theater/1194817112282/urbaneye-theater-and-pierogies.html