“El sicario. Room 164” di Gianfranco Rosi

Il sicario e il coccodrillo. Ovvero, il valore aggiunto del documentario

Venezia 67. Orizzonti
Il film di Gianfranco Rosi prende spunto da un articolo di Charles Bowden pubblicato da “Harper’s magazine” che illustrava gli spaventosi tassi di criminalità di Juarez, la città considerata la più pericolosa del mondo. Il documentario raccoglie per 80′ la confessione di un ex-sicario dei narcos messicani (il cui viso vediamo costantemente coperto da un velo nero): i legami con la polizia, l’addestramento, le tecniche di tortura, i rapporti con i capi, ecc. Fino al melodrammatico finale: l’ex sicario scoppia in lacrime raccontando la sua conversione religiosa.

Il film di Gianfranco Rosi era uno dei più attesi della rassegna di Orizzonti. Non possiamo però nascondere che la sua visione ci ha lasciato qualche perplessità. Il punto fondamentale è che le cose che l’ex sicario racconta le abbiamo viste decine di volte in gangster movies ambientati tra Miami, Colombia e Messico. Le modalità di tortura che ci racconta le abbiamo già viste, pari pari, in tanti film di gangster. E abbiamo visto sicari imbottirsi di droga e alcool per sopportare la tensione, così come li abbiamo visti sparare senza motivo a qualcuno solo perchè gli si era affiancato con l’auto.

Allora la domanda che ci si può porre è quale sia il valore aggiunto di El sicario. Room 164 rispetto a un film di fiction. La prima risposta che verrebbe da dare è naturalmente quella secondo cui il film di fiction è, per definizione, finto, frutto di invenzione, mentre il documentario è vero, autentico. Una risposta come questa però non convince. Non è tanto il fatto che sull’identità di ex sicario (e non di attore) della persona che vediamo sullo schermo dobbiamo credere alla parola del regista. Non mettiamo in dubbio questo. È piuttosto il fatto che ognuno di noi, raccontando le proprie esperienze, ingigantisce, rimpicciolisce, inventa, nasconde. Lo facciamo quando raccontiamo, per dire, delle nostre fidanzate, perché non dovrebbe farlo un ex sicario parlando delle persone che ha ucciso e torturato? Il protagonista del film, in particolare, è molto istrionico e portato alla messa in scena. E allora quando mima una scena di tortura di cui è stato protagonista in passato, qual è il valore aggiunto della sua “performance” rispetto, per dire, alla recitazione di Al Pacino o di qualche altro attore in una scena simile?

Verrebbe da pensare – e qui nasce la perplessità di cui dicevamo – è che un film come questo voglia dare allo spettatore (o, al di là delle intenzioni dell’autore, finisca per dare a una parte degli spettatori) lo stesso tipo di “piacere” che danno quei documentari naturalistici che spesso passano in tv dove l’esploratore si avvicina al coccodrillo o al serpente velenoso fino a toccarlo (“piacere” che è diverso da quello che lo spettatore ha quando ad affrontare il serpente o il coccodrillo è Indiana Jones). Sono due gli elementi che ci portano a sostenere che nella comunicazione tra film e spettatore entri in gioco anche questo tipo di dinamica. Il primo è la constatazione che in sala, mentre il sicario racconta di certe torture, alcuni spettatori ridono. Il secondo riguarda quella che potremmo chiamare la struttura retorica del film: il regista ha scelto di far sapere al pubblico che il protagonista non è un sicario, ma un EX sicario solo col colpo di scena finale. Se l’avesse detto all’inizio (il che, nella “deontologia” del documentario, sarebbe stato forse più corretto) sarebbe stato un po’ come dire che il coccodrillo a cui l’esploratore citato si avvicina è stato sedato…

Titolo originale: El sicario. Room 164
Nazione: Francia, Italia
Anno: 2010
Genere: Documentario
Durata: 80’
Regia: Gianfranco Rosi
Uscita: Venezia 2010 (Orizzonti)