“Eliksir” di Daniil Zinchenko

Acqua, petrolio e miti russi

Berlinale 2016: Forum
Un uomo con barba e capelli lunghi, sguardo stralunato e abito bianco immacolato, è costretto a fare un poco piacevole bagno in piscina, circondato da strani individui e “accompagnato” poco gentilmente sott’acqua da un tizio che sembra l’esecutore materiale dei ghiribizzi di una setta o forse un piccolo mafioso russo fuori tempo massimo. Che significato ha questa messa in scena?

La Federazione Russa continua a sfornare enfant prodige e autori dalle fogge più varie, a testimonianza dell’ampiezza e ricchezza quasi sterminata dei possibili approcci di quel cinema, dall’Autore simil-sokuroviano allo scherzo semisperimentale (fogge e a volte strane e stravaganti: si veda ad esempo l’omnibus a più mani Korotkoe zamykanie – Crush, visto a Venezia nel 2009). Non necessariamente queste opere ci devono piacere, e personalmente trovo anzi più stravagante che riuscito questo Eliksir di Daniil Zinchenko. Ma a questo giovane autore siberiano non si può negare di avere una certa dose di coraggio (e, diciamolo pure, faccia tosta) nell’imbastire una parabola fra il surreale e l’apocalittico sfruttando alcune delle figure simboliche più radicate nella cultura russa del XX secolo.

Partigiani, cosmonauti, intellettuali dissidenti vagano senza apparente motivo per un bosco che sembra essere una versione pop e a colori di quello immortalato da Tarkovskij ne L’infanzia di Ivan. Dopo l’annegamento forzato e sembrerebbe rituale del “Falegname” in abito bianco dell’incipit (vi ricorda per caso il fondatore di qualche religione?) il film si popola infatti per affastellamento e sovrapposizioni apparentemente casuali di personaggi stravaganti che sembrano essere lì convenuti da diversi periodi storici dell’ultimo secolo di storia russa: una sorta di Gagarin donna, una partigiana che rammenta la Seconda Guerra Mondiale e la lotta eroica al fascismo, evenescenti immagini che ricordano la simbologia della Madre Russia (in particolare la “Madre-Patria-chiama”, monumento gigantesco di Volgograd) più vari altri personaggi fra il simbolico e il teatrale affollano queste lande sospese fra una guerra già finita e un’apocalisse già vicina.

Fra urla e strepiti da teatro d’avanguardia i personaggi qui evocati in un indefinito limbo temporale parlano continuamente dell’elisir che dà il titolo al film. Pozione magica, elisir di lunga vita, pietra filosofale che dia il benessere a tutta la popolazione? Che poi questo elisir tanto evocato sia miscuglio di sangue sacrificale e acqua, un liquido taumaturgico o (forse, e satiricamente) il petrolio che da qualche decennio a questa parte dà forza e potenza allo stato russo non è dato saperlo. Del resto Zinchenko, studente di una prestigiosa scuola di fotografia e multimedia intitolata al grande pittore e fotografo Aleksandr Rodchenko, non ha timore di dimostrare le sue ispirazioni e la sua provenienza guascona e sperimentale (in rete si trovano alcuni dei suoi precedenti lavori): con allegro disinteresse per qualsiasi coerenza narrativa egli fa attraversare il suo bosco simbolico da angeli ululanti, postini-messaggeri e donne simboliche che finiranno per essere colte da altrettanto simboliche doglie nel finale di questo non-film, in un pot-pourri citazionistico-sperimentale che trova la sua giustissima e funzionale collocazione nella sezione più coraggiosa e stuzzicante della Berlinale, il Forum.

Non che non ci sia piaciuto (o dis-piaciuto, che poi per non-opere come queste è del tutto indifferente), ma è questo il classico lavoro che respinge al primo fotogramma o al contrario ammalia al di là delle capacità di interpretazione logica: da un lato però sfidiamo un pubblico digiuno di simbologia e iconografia russa a cogliere i piuttosto criptici segnali lanciati qua e là dallo young angry man Zinchenko, convinto evidentemente che basti imbastire un coacervo di miti e stereotipi per dar vita a una discussione per immagini sulla Russia di oggi; dall’altro non nascondiamo che la totale, compiaciuta e in fondo simpatica sfacciataggine del giovane (confermata anche nell’incontro con il pubblico post-proiezione) fa sorridere e stuzzica quanto basta, a patto che si tenga ben presente che siamo di fronte a una sorta di esperimento di pop-art postmoderna che capovolge valori e gerarchie e stuzzica la contemporaneità russa con giochi di specchi e prese in giro dei capisaldi nazionali: si va dal messianismo russo di origine ottocentesca alle deviazioni capitalistiche degli aggressivi anni Novanta (i “diavoli” persecutori che girano in completi da guardie del corpo del periodo el’cyniano) alla più che scottante attualità di uno stato che fa leva sui propri giacimenti per imporre tutto il suo peso sullo scacchiere geopolitico mondiale.

In quest’ottica propendiamo per considerare questa allegra boutade come un gioco riuscito solo a metà, un giocattolo nelle mani di un sornione e provocatorio “giovane turco”, che sbeffeggia allegramente gli archetipi della propria cultura nazionale così come anche il pubblico volenteroso di addentrarsi nel bosco (superficialmente) simbolico che quegli archetipi nasconde.