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Enrico Mattei e il cinema di Joris IvensL’Italia non è un paese poverodi Chiara Lostaglio Il titolo è emblematico: “L’Italia non è un paese povero”: il presidente dell’Eni Enrico Mattei commissiona il film documentario tra il 1959 ed il 1960 ad uno dei più grandi documentaristi della storia del cinema, l’olandese Joris Ivens. E’ un lungo viaggio che parte da un nord ormai rinato dalle macerie del secondo conflitto mondiale, fino a toccare quel sud radicato al mondo contadino. Mattei aveva intuito che un’altra era stava iniziando, quella della Televisione, e provvede che il film di Ivens venga trasmesso in televisione, per proclamare al mondo che grazie al petrolio e al gas “l’Italia non è un paese povero”. Ivens racconta lo sforzo di industrializzazione di un paese alla vigilia del boom economico. Su questa linea, il film voluto con uno slancio di lungimiranza da Mattei, celebra l’avvento anche in Italia dell’era del petrolio e degli idrocarburi. Così decide di produrre un film sui giacimenti nel paese, affidandolo ad un grande documentarista come Joris Ivens. Un segmento del film toccherà la Basilicata dei giacimenti, la Val Basento, col titolo “La Storia dei Due Alberi”, nel quale viene messo a confronto un albero di olive, da cui dipende la vita di alcune povere famiglie di contadini, con un "albero di Natale", l’attrezzatura che controlla l’imboccatura dei pozzi di petrolio e gas. Il film purtroppo subirà pesanti tagli di censura, non curanti dei nomi illustri che pure lo hanno firmato: il commento è di Alberto Moravia e la voce narrante di Enrico Maria Salerno. E così il film viene mandato in onda l’anno dopo, ridotto da tre a due episodi. Tanto che il regista, a cui era stata garantita "la più ampia libertà artistica", non lo riconosce ed ottiene che fosse preceduto dalla scritta "frammenti di un film di Joris Ivens". Questa storia di grandezza industriale e di “miseria televisiva” è stata recentemente raccontata dal giovane regista Stefano Missio in “Quando l’Italia non era un paese povero” e ora che del film è stata ritrovata la versione integrale, l’Eni e la Snam hanno celebrato l’anniversario presentando sotto il titolo "Memoria ritrovata". Un corposo flashback sugli anni in cui la grande industria nazionale finanziava il cinema d’autore mentre le riviste della Pirelli o dell’Italsider ospitavano le migliori firme di artisti e intellettuali. Tuttavia, il controllo della emittenza pubblica faceva vedere e sapere agli italiani solo quello che il governo dell’epoca voleva. Quando Mattei cercava un regista per il suo film e aveva chiesto in giro chi era il più bravo, gli veniva risposto: "C’è Flaherty, ma ha già lavorato per la Shell. C’è pure un certo Ivens, ma è comunista". E Mattei, che non amava le cosiddette Sette Sorelle del controllo energetico mondiale, aveva scelto Ivens, noto reporter di rivoluzioni e democrazie popolari. L’ "Olandese volante" (come lo chiamavano negli ambienti) non pensava affatto al solito film di propaganda, al contrario. Aveva immaginato di inserire le scene di trivellazione e di progettazione di gasdotti in una cornice dal sapore zavattiniano. Assistenti italiani alla regia vengono scelti giovani di fervore neorealista: i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, Giovanni Brass (detto Tinto) e Valentino Orsini. Il regista utilizza in questo film tecniche innovative come la "camera a mano", una diversa modulazione della velocità della pellicola e modalità operative mutuate dalla televisione. Vi è anche un’intervista a Mattei da parte di Paolo Taviani. Il film documenta la scoperta del metano in Val Padana, fra epiche fiammate in mezzo ai campi e interviste sull’antica diffidenza degli abitanti; mostra gli avveniristici uffici-studi e le piattaforme marine di Gela, riprendendo anche le navi che dalla Sicilia ancora partivano per il Sudamerica cariche di emigranti come nell’Ottocento. E nel Materano mostra famiglie che, mentre i tecnici cercano il petrolio, loro vivono in abitazioni poverissime, con l’asino nella stanza, le galline sul letto e i bambini torturati dalle mosche. Panni sporchi insomma, in imbarazzante contrasto con i camici bianchi dei chimici e dei tecnocrati. Quel titolo dunque finiva per diventare malinconicamente ironico e nemmeno il potente Mattei, preso da altri problemi (il suo aereo sarebbe esploso in volo un anno dopo) riesce a salvare il film. Ci riuscirà invece il giovane collaboratore di Ivens, che provvide a trafugarne una copia e portarla al sicuro in Francia: era Giovanni Brass, detto Tinto.
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