“FINALE DI PARTITA” DI TEATRINO GIULLARE

Piccola calamita

Quello che colpisce quando si assiste a uno spettacolo di Teatrino Giullare – e per me è il secondo, dopo La Stanza – è la capacità di attrazione dello sguardo.

E mi spiego: tutto è piccolo. Tutto si svolge in poco più di un metro quadro. Tutto quanto è in scena è illuminato da una luce dall’alto che da sola riesce ad avvolgere l’interezza dello spettacolo.

Ed è allora lì che lo sguardo viene attratto. Lì si concentra, non può andare altrove. Lì si concentra ma soprattutto, lì rimane: una volta catturato da quella micro scena, non si stacca più.

E allora Finale di Partita, visto nella rassegna di Teatrino Zero a Crea (Venezia), diventa soprattutto questo: una calamita. Certo, ci si mette anche Beckett, con il suo testo: c’è un rapporto glaciale e ostile tra i personaggi, tutto da capire – non pieno di intrigo, ma pieno di un’amarezza che lo spettatore si trova dinnanzi come dato di fatto, ma che non placa l’umana curiosità di capire da dove arrivi (e questo ci tiene sul filo). C’è un senso claustrofobico di vicinanza alla fine: fine vita, fine rapporto, fine dell’uomo, fine dei buoni sentimenti. Una fine che inizia all’inizio dello spettacolo ma che arriva, appunto, solo alla fine. C’è poi la malattia, e la dipendenza l’uno dall’altro, con il suo corredo di insofferenze e dispotismi. C’è anche la crudeltà e l’assenza di empatia, di com-passione; verso i vecchi, soprattutto: che vengono ferocemente fatti oggetto di scherno e ridotti a vivere nel bidone della spazzatura (e nel suo allestimento, Teatrino Giullare ci mette pure il carico da unidici: quei pupazzi macabri, minuscoli e ridicoli fanno salire un mal stare che da soli basterebbero a parlare della condizione dell’anziano nei rapporti sociali. Ma questo sarebbe un altro discorso).

Detto ciò, e dato a Beckett quel che è di Beckett, questo Finale di Partita è soprattutto una calamita per le scelte sceniche che attua.

Ho citato i pupazzi. Sì: i personaggi sono pupazzi, e sculture di legno. Agiscono su un tavolo quadrato che è in realtà una scacchiera, dove la partita in gioco non è quella tra cavalli, alfieri, re e regine, ma tra vite detestabili destinate alla fine. E dove agisce anche qualche meccanismo di artigianato fino, sapientemente nascosto, che – se già non bastassero i pupazzi – regala quel sapore caldissimo del “fare con le mani”. Ma, sensazione opposta, i pupazzi sono mossi dagli attori con meccanicità e con movenze secche, prive di lubrificante – metaforicamente: prive di calore, appunto, e di quei “buoni sentimenti” di cui sopra. E poi i due attori non sono completamente presenze umane perché indossano la maschera di cuoio. Sono in scena insieme ai pupazzi e fanno parte della scena, non stanno nascosti come burattinai alla deus ex machina. Stanno in scena però in quel modo che ti dice: siamo altro. Non siamo pupazzi, non siamo umani. E in questo davvero l’uso che viene fatto del corpo dell’attore fornisce uno spaesamento totale.

Asetticità? Freddezza? Certamente. Eppure Finale di Partita di Teatrino Giullare rimane a macinare dentro come un pugno. Piccolissimo e raffinatissimo.
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Finale di partita ha vinto il Premio Speciale Ubu 2006, il Premio Nazionale della Critica 2006, il premio della Giuria al 47mo Festival Internazionale Mess di Sarajevo 2007.

La Compagnia:
http://www.teatrinogiullare.it/
La Rassegna:
http://www.teatrinozero.it/
Foto: Mauro Oggioni