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FIORI: NATURA E SIMBOLOIn mostra a Forlì fino al 20 giugno 2010di Farida Monduzzi I dipinti più prestigiosi della Pinacoteca di Forlì, la magnifica Annunciazione del Palmezzano e la Fiasca con fiori, vengono periodicamente riproposti e celebrati. Quest’ultimo dipinto, attribuito a lungo a Tomaso Salini, il più probabile esecutore, viene considerata da qualche tempo, come possibile opera del Cagnacci o, addirittura, per nobilitarla al massimo, dello stesso Caravaggio, forse per suggestione della sua celebre Fiscella.
Chiunque ne sia l’autore, è indubbio che l’opera è un capolavoro ed è considerata da sempre una delle più belle nature morte. E’ probabile che sia stata proprio quest’opera a suggerire ai curatori la mostra Fiori Natura e simbolo inaugurata il 24 gennaio nel chiostro di San Domenico, visitabile fino al 20 giugno prossimo. Tema affascinante e complesso a un tempo per la vastità delle sollecitazioni e delle domande che suscita. Si tratta di un excursus a vol d’oiseau, ma scientificamente organizzato, che prende le mosse dalla fine del sec. XVI, epoca in cui nasce la natura morta come genere autonomo e, attraverso i secoli, giunge alle soglie del ‘900 prima della comparsa delle avanguardie storiche. Opere di Van Dick, Brueghel, Cagnacci, Dolci, Bimbi, Hayez, Courbet, Manet, Gaugin, Boldini, Previati, Van Gogh per non citarne che alcuni, illustrano i vari passaggi e l’elaborazione che questo genere, così amato dai collezionisti, ha subito nel tempo. In un gioco di richiami inteso ad esaltare le glorie forlivesi del passato, i curatori della mostra hanno legato gli interessi naturalistici nella società e nella cultura forlivesi, al prestigio mondiale raggiunto dal botanico forlivese Cesare Maioli, le cui tavole illustrate sono state messe a confronto con quadri dei maggiori pittori di fiori, i Fioranti, fra 600 e 8oo. Indagare la nascita e la priorità della natura morta non è compito facile ma si è comunque concordi che questo genere sia riconducibile all’ambito della scuola lombarda e a quello spagnolo con Sanchez Cotan e Blas de Ledelma, mentre una delle prime opere realizzate in assoluto, la si deve ad una pittrice Fede Galizia creatrice di una magnifica composizione con pere prugne e una peonia di proprietà privata (Peccato non sia visibile in questa mostra pur tanto ricca e affascinante). Superato l’Umanesimo e il Rinascimento, l’uomo perde la propria centralità sotto l’influsso del pensiero filosofico della seconda metà del’500 che sposta progressivamente la propria attenzione dall’uomo alla natura (si pensi al Deus sive natura di Spinoza). Lo stesso avviene a poco a poco anche nelle arti figurative ove assume sempre maggior rilievo il paesaggio non più visto solo come sfondo in cui collocare la figura umana, ma come soggetto autonomo. Contemporaneamente alla crescente autonomia del paesaggio si sviluppa il genere della natura morta. Rose, peonie, cacciagione, oggetti di uso quotidiano non vengono però isolati e valorizzati solo per un puro piacere estetico, ma li si carica fin dall’inizio di simboli, di specchi in cui riflettere i propri messaggi e i propri sentimenti più intimi. Già nell’antichità i fiori in particolare erano associati a pratiche, religiose, magiche; sia i babilonesi che gli egiziani attribuiscono a i fiori molteplici significati allegorici. Anche nella religione cristiana vengono usati come simboli: Maria la Rosa Mistica. Il fiore rosso per ricordare la passione di Cristo, la rosa bianca come simbolo della purezza. Col tempo diverranno simbolo della vanità, della morte della bellezza caduca, trasformando corolle e boccioli in significati sociologici, naturalistici, simbolici spesso intrecciando tutte queste valenze, dal misticismo alla passionalità. La mostra di Forlì offre quindi ai visitatori, con le sue splendide immagini, l’occasione , oltre che di un godimento estetico, di trovare nei quadri che più li affascinano, rappresentate e riflesse le proprie emozioni più nascoste.
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