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GENOVA: "TEMPO MODERNO. DA VAN GOGH A WARHOL"Dall’alienazione dell’essere-macchina alla dematerializzazione del lavoro nel terzo millenniodi Massimo Favaro In occasione dei 100 anni della CGIL il capoluogo ligure ospita un percorso nella rappresentazione artistica del lavoro che attraversa il Novecento.Tanto nelle esperienze di socialismo reale che nel mondo capitalista, indipendentemente dall’organizzazione del sistema produttivo, il lavoro è un aspetto fondamentale della vita. Che, soprattutto nel secolo scorso, è stato spesso al centro della produzione artistica. Nelle sale del Palazzo Ducale di Genova questo tema, oggi ignorato dalle mode e scivolato ingiustamente ai margini della riflessione, è al centro dell’esposizione “Tempo Moderno. Da Van Gogh a Warhol”, allestita in occasione delle celebrazioni per il centenario della Confederazione Generale Italiana del Lavoro, la CGIL.
La mostra “Tempo Moderno” pone il problema della condizione dell’uomo nella società industriale e post-industriale a partire dallo sguardo di pittori, scultori, fotografi, grafici e cineasti. Attraverso i linguaggi più tradizionali del dipinto e della scultura, ma anche quelli della fotografia e del manifesto, del documentario e del film, le opere selezionate dal curatore Germano Celant affrontano molteplici temi: la relazione tra uomo e macchina; la disoccupazione; gli scioperi e le manifestazioni; il tempo libero; i timori per i progressi della scienza e dell’industrializzazione; il lavoro come strumento per il progresso sociale o, all’opposto, come sacrificio della libertà. Emergono così le riflessioni a volte contrastanti dei vari artisti, rispetto ai fenomeni che coinvolgono 150 anni di storia del lavoro, dalla diffusione della macchina alla politicizzazione delle masse, e i mutamenti della rappresentazione del lavoratore. Che viene talvolta strumentalizzato e la cui immagine si rigenera secondo le ideologie dominanti, in una determinata epoca o società. Il percorso espositivo è essenzialmente storico e parte dalle raffigurazioni secondottocentesche del lavoro e dei suoi luoghi (in particolare del suo "tempio", la fabbrica), per attraversare poi tutto il XX secolo. Dalla fine dell’Ottocento, infatti, il lavoro entra negli interessi delle avanguardie che inventano nuovi linguaggi assimilando i caratteri della produzione industriale: velocità, montaggio, sintesi. Una trasformazione testimoniata nelle opere di artisti quali Giacomo Balla, Umberto Boccioni, Fortunato Depero, Natalija Gončarova, Jurij Pimenov, o dei realisti americani degli anni Venti e Trenta, come Charles Sheeler e Charles Demuth. Spiega Germano Celant: “È a partire dalla metà dell’Ottocento che il soggetto del lavoro, come argomento figurale e narrativo, entra nell’orizzonte dell’arte, dalla letteratura alla pittura, assumendo quali protagonisti del proprio discorso la sofferenza e la lotta dei lavoratori, rappresentandone le vicende di classe e le prese di coscienza, politica e sociale. All’inizio attraverso figurazioni stereotipate e poi mediante visioni drammatiche sullo stato di vita e di sopravvivenza, nell’ambito di fabbriche e di cantieri, di miniere e di cotonifici, la rappresentazione artistica è principalmente un racconto visivo che cerca di evidenziare la forza fisica e la componente umana che si sviluppava dinanzi ai nuovi apparati industriali”. Nella prima metà del Novecento inizia anche l’ideologizzazione e la strumentalizzazione del lavoro, un aspetto della vita sociale che diviene vero e proprio mito fondante per la propaganda della Germania nazista e dell’Unione sovietica. Nelle opere d’arte compare così una reale fascinazione per gli strumenti del lavoro (macchine e utensili) e una mitologizzazione del lavoratore, elementi questi tipici dei costruttivisti e dei supremativisti russi e degli esponenti del realismo socialista, come Constantin Meunier, Maximilien Luce e Viktor Perel’man. Vi sono poi altri movimenti che rimangono ai margini della politica: il Futurismo italiano, il Bauhaus tedesco o il meccanicismo del francese Fernand Léger. Nell’esposizione genovese trovano però spazio anche altri artisti, come i dadaisti e i surrealisti, che irridendo la società loro contemporanea portavano avanti in autonomia una propria riflessione sulle medesime tematiche. Nel secondo dopoguerra cambiano i canoni di lettura del fenomeno e la visione diventa sempre più conflittuale e composita. “Tempo Moderno” ospita così anche la riflessioni più recenti: quella sulla progressiva dematerializzazione del lavoro, causata dalle rivoluzione tecnologiche, e quella sulle condizioni dei lavoratori del Terzo Mondo, rispetto ai quali l’Occidente non può sottrarsi alle proprie responsabilità. Parte integrante della mostra sono i numerosi audiovisivi, articolati in una serie di montaggi che accompagnano il percorso della visita. Il titolo stesso dell’esposizione ricalca quello di un celebre film di Charlie Chaplin proprio perché il cinema gli altri media hanno saputo documentare straordinariamente le trasformazioni del lavoro ed interpretare con efficacia il mutare della condizione dei lavoratori. Così, la storia “industriale” del Novecento è registrata dai brevi film con cui Frank Gilbreth, il più noto esperto del taylorismo dopo Taylor, studiava le più svariate attività produttive; dalle raffigurazioni dello sciopero e del lavoro nelle avanguardie russe (in particolare Vertov e Ejzenstejn); da un raro documento degli anni Venti sui portuali genovesi; dalle rappresentazioni cupe di Fritz Lang e King Vidor; dalle dattilografe e telefoniste che invadono le città nei film di Alessandrini o Malasomma; dai minatori di Pabst e Wilder; dalle catene di montaggio realistiche ed insieme esilaranti di Renoir e Chaplin; per giungere infine agli operai, braccianti e aspiranti lavoratori del neorealismo e quindi alla commedia italiana, con i film di De Sanctis e De Sica, Petri e Monicelli. Questi sono alcuni tra i numerosi filmati proposti, che comprendono anche i lavori di artisti contemporanei, come Michael Moore, Stephen Frears e Ken Loach. “TEMPO MODERNO. DA VAN GOGH A WARHOL” Palazzo Ducale (Appartamento del Doge), Piazza Matteotti 9, 16123, Genova Orario: 9–19, giovedì 9-22, chiuso lunedì Prezzi: intero 8€; ridotto 6€; scuole 3€, ingresso + attività didattica 6.50€ Informazioni: tel.0105574004; www.palazzoducale.genova.it www.tempomoderno.it Prenotazioni: tel. 0105574004, fax 010562390 biglietteria@palazzoducale.genova.it
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