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GIORNI FELICI di Samuel BeckettI GIORNI FELICI DI WINNIE NEL VUOTO DEL VIVEREdi Alessandro Pesce Winnie e Willie vivono in un paesaggio desolato, lei è sepolta quasi completamente dalla sabbia e non può muoversi. Suo marito Willie vive in un buco, con il capo fracassato e vuoto, ma può strisciare per terra. Winnie è molto attaccata a pochi oggetti di vita quotidiana: uno specchietto, una sporta, un cappellino, uno spazzolino per i denti. Lui, invece, non fa che biascicare la solita frase, letta dallo stesso giornale, e maneggiare un paio di foto pornografiche. Winnie parla in continuazione, a tratti a monosillabi, a volte in maniera petulante come una comune moglie in un comunissimo mènage e soprattutto non fa che ripetere, persuasa, di stare vivendo dei giorni felici. Si stupisce ancora di un raggio di sole, della pioggia, è serena quando Willie, magari anche solo con qualche balbettio, le risponde. Essere felice: da dove viene la consapevolezza di Winnie? Perché gioisce malgrado il disastro che ha attorno, anche quando nella seconda parte, divenuta completamente immobile, la sua nuova condizione le impedisce perfino di “giocare” con i suoi oggetti? Perché le paiono giorni felici anche se trascorsi a reiterare i soliti pensieri, i soliti tic, le banalità delle conversazioni da salotto? Perché non usa la sua pistola e mette fine alle sofferenze sue e di Willy? Ha un senso? E’ forse simbolo dell’umanità che non si accorge del vuoto in cui vive e va verso il baratro? O rappresenta forza della vita stessa, quella che comunque fa andare avanti? O è merito di quella, per dirla con Franco Cordelli, “esorcistica arte di allontanare il male, il duettare con esso a colpi di fioretto”? Nella sua meravigliosa versione degli anni 80, più volte ripresa, Strehler optò per una lettura poetica e vitalistica, incarnata nello slancio commovente di Giulia Lazzarini-Winnie, fino all’ultimo respiro. Qui Bob Wilson rivela piuttosto un’idea metafisica, sin dall’apertura del sipario velato e bianco abbacinante, scosso da un vento e da un boato che hanno il sapore di un’esplosione sinistra e sovrumana. E poi dalla scenografia, che potrebbe definirsi quasi post atomica, laddove al posto della consueta montagnola di sabbia o di spazzatura vediamo un astratto accrocco scuro, forse un monolito kubrickiano spaccato, come la testa di Willie, mentre il passare inesorabile dei giorni e delle notti verrà cadenzato dalla magia dei cambi di luce che terminerà nel buio assoluto. La lettura di Wilson è affascinante. Il rischio è che dando poca importanza alla concretezza e alla quotidianità si raggeli troppo il tutto, ma contariamente è retto egregiamente grazie alla genialità di un’attrice come Adriana Asti, alla sua mimica, alla sua maniera imprevedibile di dire le battute ed alla miscela sapiente di humour e malinconia. Verso il finale tutto si consuma, si frammenta, come in un lento pro(re)gredire verso la morte, la morte dei due personaggi e la morte dell’umanità. GIORNI FELICI di Samuel Beckett traduzione Carlo Fruttero regia, scene e ideazione luci Robert Wilson con Adriana Asti (Winnie) e Giovanni Battista Storti (Willie) un progetto di Change Performing Arts commissionato da Spoleto52 Festival dei 2 Mondi e Grand Théâtre de Luxembourg. Produzione CRT Artificio Roma, teatro Valle fino al 24 ottobre; Milano, Teatro Strehler dal 9 al 14 novembre Durata 1 ora e 45 minuti
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