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"GOZZI E GOLDONI EUROPEI"Un bilancio del 38. Festival Internazionale del Teatrodi Giacomo Botteri Dieci giorni intensi di spettacoli, Leone d’oro alla carriera a Ferruccio Soleri, storico Arlecchino, campi come palcoscenici ritrovati, hanno dato vita ed entusiasmo al Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia, tenutosi dal 21 al 30 luglio. La coincidenza del bicentenario della morte di Carlo Gozzi e del tricentenario della nascita di Carlo Goldoni ha portato alla focalizzazione del festival su questi due eventi offrendo l’occasione per una riproposta del confronto fra questi due eterni antagonisti che hanno reso, con le loro opere, la Venezia del Settecento capitale del teatro europeo.
La disfida fra questi due grandi, europei ante litteram, ha ora, a distanza di secoli, contribuito a reinserire la città lagunare nel panorama dei grandi festival europei. Non solo i campi all’aperto, ma anche i teatri tradizionali come il Goldoni, l’Avogaria e ampi spazi dell’Arsenale hanno fatto da ricettacolo ad una scoppiettante serie di messinscene oscillanti fra generi diversi, dalla commedia alla tragedia soft, da certe fantasie da musical a ibridi di teatro-danza-favola. Non è mancato l’apporto di un altro grande veneziano-buranese Baldassarre Galluppi: nel cortile dell’Accademia è infatti andato in scena “Il mondo della luna” da lui musicato. Ai loro tempi Goldoni e Gozzi si ritrovarono su posizioni estreme: il primo aveva rinnovato la commedia rivitalizzandolo con echi di vita contemporanea, mentre Gozzi era restato nel mondo incantato della fantasia fabulatoria e dell’allegoria. Con geniale trovata si è pensato di attualizzare la sfida fra i due rivali, all’interno del Festival, distribuendo la rappresentazione delle loro opere a serate alternate e chiedendo poi agli spettatori di esprimere con una scheda da depositare nelle apposite urne, la preferenza per l’uno o l’altro dei due autori. Nel presentare il Festival, il direttore Maurizio Scaparro, aveva assicurato che la manifestazione non avrebbe risentito dei drastici tagli nei finanziamenti, in quanto le idee e la capacità creativa di autori e interpreti potevano bastare ad assicurare il successo. A Festival concluso è quindi tempo di bilanci e di verifiche. Si può dare atto della varietà e della vitalità dei temi proposti, della molteplicità degli spunti e sollecitazioni che le moderne rivisitazioni di testi antichi hanno offerto. Parodie visionarie e nichiliste del potere (nella produzione bulgara di “Commedia del servitore”)che partendo da Goldoni ha visto coinvolti Cervantes, Moliére, Da Ponte”. “La buona madre” sempre di Goldoni, ha finito nel trascolorare in tragedia epica partendo da commedia picaresca di donne-mantidi travestite da madri amorose, siamo stati trasportati nel mondo della luna, dalle marionette animate dagli studenti della Accademia che le muovevano al suono della musica di Galluppi. Sono state riproposte due versioni de “Il corvo” di Carlo Gozzi l’una interpretata dalla compagnia veneta dei Pantakin che ne hanno fatto una favola in maschera alternando la lingua dotta a un triviale vernacolo, l’altra è divenuta un testo traslato da Ellen Stewart in chiave multietnica e multimediale con proiezioni, canzoni, danze effetti speciali. Spettacoli degni proposte generose, entusiasmo e coinvolgimento degli interpreti, ma è mancato l’evento capace di innalzare il festival dalla dignitosa mediocrità, è mancato il colpo d’ala capace di renderlo memorabile: sinergie fra generi, sinestesie visive e uditive, sono ormai divenute abituali in ogni tipo di spettacolo e non riescono più a stupire.
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